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L'ex ministro Teresa Bellanova con Matteo Renzi

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GLI SCENARI sono tre: il premier chiede un nuovo incarico e inizia il Conte Ter con una squadra di governo da assemblare nuovamente, il premier non varia o cambia e si apre l’ipotesi di un governo di unità nazionale, senza escludere una parte del centrodestra, l’opzione più drastica riguarda le elezioni anticipate. Gli scenari futuri sono in mano a Mattarella, al Paese mancano risposte concrete sui fondi Ue, sulla giustizia, sul piano vaccini, sul fisco.

Si cerca un equilibrio tra le forze che fin qui hanno sostenuto il governo, la ricucitura con Italia Viva è ancora un punto di domanda che immobilizza l’Italia. Abbiamo l’opportunità di sentire la senatrice Teresa Bellanova in merito ai diversi temi sopracitati.

Conte ieri mattina ha presentato le sue dimissioni, oggi si avviano le consultazioni. Preferirebbe un altro premier per una nuova maggioranza? Pensa ad un nome con cui si potrebbe instaurare un dialogo più costruttivo?

“Italia Viva non mette veti: impone temi veri, quelli che molti si ostinano a derubricare rincorrendo le formule della politica politicante. E un unico obiettivo: il punto di equilibrio più avanzato nel solo interesse del Paese. Non è una formula astratta: significa lavorare da subito per garantire al Recovery quella qualità che ancora manca, e cambiare passo in modo evidente. Un esempio su tutti: se i cantieri, come noi diciamo da mesi, fossero stati realmente sbloccati e non solo a parole, oggi sarebbe diversa anche la situazione economica del Paese. Avremmo messo in circolo investimenti, risorse per il rilancio immobilizzate da tempo, lavoro. Tutto quello che ora manca. Per questo dico: tutti sono utili ma nessuno è indispensabile”.

Di recente ha dichiarato che c’è la possibilità di allargare ulteriormente la coalizione, a quali forze politiche sta pensando, anche a quelle di opposizione?

“Lo abbiamo detto con chiarezza: vale il perimetro della maggioranza uscente verso un eventuale allargamento se ci sono le condizioni. Tutto il contrario del mercanteggiamento e delle contrattazioni svilenti a cui si è assistito in questi giorni. Serve un patto politico e di programma chiaro, trasparente, riformista. Scelte e obiettivi precisi e nessuna opacità. Se qualcuno si sente minacciato da questo non lo so. A me pare veramente il minimo sindacale”.

Quali sono i temi della giustizia su cui bisogna discutere da tempo con Bonafede, quali possono essere tuttora i punti di convergenza?

“Vado un attimo indietro con la memoria. Fin dal primo momento del cosiddetto Conte bis come Italia Viva abbiamo detto con chiarezza che sui temi della giustizia la discontinuità rispetto al governo giallo-verde era obbligatoria. Più volte, ricorderà, abbiamo manifestato dissenso e contrarietà su molti provvedimenti approvati dalla maggioranza giallo verde, caratterizzata, proprio sulla giustizia, da una visione diametralmente opposta rispetto alla nostra. Garantismo, rispetto dei principi costituzionali del giusto processo, tutela dei diritti degli individui, rispetto totale verso la discrezionalità e l’imparzialità dei giudici per noi sono e sono sempre stati imprescindibili. Circa 9 mesi fa il ministro Bonafede si era impegnato a convocare un tavolo tecnico per discutere di questi temi e in particolare di prescrizione che, così come congegnata oggi, consideriamo un’aberrazione. Ad oggi il tavolo non è stato ancora costituito. Ulteriore elemento di distanza è dato dalla gestione delle carceri, tanto più in questo periodo di pandemia. La riforma dell’Ordinamento Penitenziario, avviata efficacemente con la Riforma Orlando, è stata bloccata e sostanzialmente annullata. Di contro, tutti avvertono la necessità di una riforma seria dei processi civile e penale. La riduzione dei tempi del processo è essenziale. E lo dico anche pensando al disorientamento spesso manifestato dagli investitori stranieri. Su questo c’è sicuramente convergenza di opinioni, anche se permangono ancora dissensi sul metodo. Che possono essere superati se si avvia un sereno confronto, libero finalmente da pregiudizi, preconcetti e rendite di posizione ideologiche”.

Quando ricopriva la carica di Ministro delle Politiche Agricole a quali progetti e provvedimenti stava lavorando? La legge di Bilancio 2021 ha previsto l’aliquota IVA del 10 per cento per quanto riguarda i piatti pronti in vista della loro consegna a domicilio o dell’asporto. Per il vino invece, la proposta di Fivi (Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti) è quella di abbassare l’iva per i prossimi tre anni, ad oggi è rimasta inascoltata, potrebbe essere accolta in futuro?

“Nei mesi della pandemia ho avuto un solo assillo: mettere in sicurezza il settore. Con la Legge di bilancio 2021 abbiamo confermato e rafforzato un impianto che già stava dando buoni risultati. Lo sintetizzo in poche parole: coraggio e visione. Qualità e competitività delle filiere, investimenti, infrastrutture, sono le parole d’ordine che la orientano, insieme ai veri e propri modelli innovativi che abbiamo disegnato come il Fondo emergenze alimentari e il Fondo Ristorazione. Chi arriverà al Mipaaf troverà una mappa di misure e azioni strategiche e virtuose, disegnate insieme al settore e alla filiera istituzionale, e una macchina amministrativa di grande qualità, che proprio con questa Legge di bilancio rafforziamo e implementiamo. Sui tavoli nazionali come su quelli europei ho perseguito un unico obiettivo: l’agricoltura al centro dell’agenda politica ed economica. Tutto, e la centralità del settore in questa crisi, mi dice che ho avuto ragione”.

Per lei le elezioni non sono una minaccia, in caso di ritorno alle urne i sondaggi vedono il centrodestra in vantaggio, tutto ciò non vanificherebbe lo sforzo di mantenere stabile la maggioranza di governo?

“Aver minacciato costantemente le elezioni ha prodotto solo un ulteriore indebolimento dell’azione politica. Chi lo ha fatto ha automaticamente derubricato la necessità di un confronto tra le forze di maggioranza sulla qualità dell’azione di governo. L’eventualità di un ritorno alle urne è stata utilizzata come arma di pressione nei confronti delle forze parlamentari e anche dei singoli per confermare solo e semplicemente lo status quo dopo le dimissioni di IV, piuttosto che per perseguire quel confronto necessario alla maggioranza e alla qualità dell’azione di governo che proprio Italia Viva da mesi sollecitava. Credo che a nessuno sfugga il limite enorme di un simile atteggiamento. Chiunque sia stato a farsene interprete”.

Il Mezzogiorno sta pagando gravi conseguenze dal punto di vista economico, l’emergenza sociale è evidente e il tessuto produttivo è in ginocchio, secondo lei quali sarebbero i provvedimenti più urgenti da attuare, quelli che potrebbero arginare la crisi nella direzione più pratica ed efficace?

“Azioni strutturali e di sistema: niente pannicelli caldi, niente misure che non abbiano una vista lunga. Parto da un dato: i divari tra nord e sud e tra economia privata ed economia pubblica sono due delle cause principali che spiegano la debole crescita economia del Paese negli ultimi venti anni. Divari destinati ad aggravarsi ulteriormente con la crisi pandemica. Per questo tutti gli sforzi, incluso il Recovery, devono focalizzarsi sul Mezzogiorno per risorse e investimenti e su modernizzazione ed efficientamento della pubblica amministrazione. La macchina statale deve funzionare come non ha mai funzionato: bene e dovunque. I divari non si fermano se non si agisce in profondità. Faccio un esempio: la decontribuzione non è un fine ma uno strumento. Il fine è sviluppare un ecosistema per favore la nascita di nuova impresa e lo sviluppo di nuova economia, a partire da un patto fortissimo tra innovazione, formazione, qualità territoriale. Solo a questa condizione ha senso parlare di decontribuzione. Se mancano le aziende che dovrebbero avvantaggiarsene, a che serve? È solo un titolo. La ricchezza si può distribuire solo se la si produce. Altrimenti ci si condanna ad una visione perdente di un assistenzialismo improduttivo e spesso malsano. La differenza tra debito buono e debito cattivo è qui”.

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