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Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella

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Non addentriamoci nei bilanci su chi ha vinto e chi ha perso: non solo è troppo presto, ma soprattutto dipende da cosa si sceglie come metro di misura. Al momento chi ne esce alla grande è il presidente Mattarella. Sta tenendo sotto controllo la crisi evitando che possa esplodere ed esercita la sua pedagogia su tutti i contendenti per portarli a toccare con mano la serietà della situazione. Per sottolinearla venerdì sera ci ha messo letteralmente la faccia intervenendo in prima persona ha ricordare quale era la materia del contendere: i fondi europei e la seria crisi che interessa tanto la salute dei cittadini quanto il loro benessere economico e sociale.

Il Presidente ha accuratamente evitato di accelerare sui tempi, pur nella consapevolezza che non poteva lasciarli dilatare a piacere dei contendenti. Così dapprima ha dato lo spazio a Conte e ai suoi consiglieri di cercarsi una maggioranza che lasciando fuori IV tenesse tutto fermo. Era necessario che quell’esperimento mostrasse la sua fragilità sia in termini di numeri che di fiato politico, perché passando alla fase successiva non ci fossero remore sul “se ci avesse dato il tempo di provare …”. Naturalmente la fallimentare riuscita di quell’operazione ha ridimensionato Conte e anche i suoi ingenui supporter costringendoli a misurarsi nel secondo step con maggiore realismo. Si è così passati a dare soddisfazione a Renzi su un punto che a molti osservatori era apparso da tempo cruciale: esiste una maggioranza in cui si può lavorare condividendo gli obiettivi e non facendosi reciproci sgambetti? Soprattutto: la componente che ha la maggioranza relativa in parlamento capirà che non può usare i suoi schematismi pseudo identitari come potere di veto?

Per verificare questo punto, che è essenziale, Mattarella ha messo in campo un “esploratore”, che, senza poter essere sospetto a priori di voler ridimensionare i Cinque Stelle, vada a vedere se c’è disponibilità a convergere davvero sul lavoro per ottenere e gestire bene i fondi europei, per affrontare efficacemente l’emergenza pandemica, per far fronte alla tensione crescente sul piano sociale ed economico. Il passaggio è molto difficile, perché lo si voglia ammettere ufficialmente o meno, implica quanto meno una correzione di rotta rispetto al modo di agire del Conte 2. Qui sta il nodo che non sarà semplice sciogliere, perché nessuno vuole apparire come lo sconfitto e perché i fan club dei vari attori in pista spingono, con una dose di irresponsabilità crescente, a rendere impossibile una ricomposizione del quadro politico.

È abbastanza chiaro che si devono comporre due opposti: una discontinuità augurabile e una continuità necessaria. La prima vuole una squadra di governo che faccia fare alla nostra politica un salto di qualità: lo richiede sia il confronto con l’Europa, allarmata per i nostri pateracchi politici, sia la lotta che si dovrà ingaggiare contro i molti nemici di ogni riforma, perché lo status quo attuale ha fatto fiorire feudi e potentati che non vogliono saperne di veder tramontare la loro stagione aurea. All’opposto i partiti chiave della svolta dopo l’agosto 2019 hanno bisogno di apparire come titolati a rimanere nei loro ruoli, cosa che risulterebbe difficile se la discontinuità apparisse come una sanzione alle loro debolezze passate. E va riconosciuto che portare M5S, ma anche PD ad una crisi di nervi aprirebbe un vuoto di equilibrio che non solo sarebbe deleterio in questo delicato passaggio, ma non sarebbe sanabile con un ricorso alle elezioni anticipate, perché in questo clima, e con questa pessima legge elettorale complicata dal taglio dei seggi disponibili, darebbe un risultato che peggiorerebbe tutto (studiare un po’ di storia e lo si capisce).

Per uscire da questa trappola sarebbe necessario che tutti gli attori coinvolti accettassero di abbassare i toni e di usare un po’ di ipocrisia politica. Il primo passaggio da fare è connettere un buon programma di legislatura con una squadra adeguata, che non può che comportare il sacrificio di un buon numero di componenti del governo passato (più se ne tagliano, paradossalmente meno diventa “punitivo”, perché sarebbe un mal comune). Ottimo incrementare qualche ricorso a grandi personalità pescate fuori dal gioco delle tribù politiche. Il secondo potrebbe essere accettare che in nome dell’ipocrisia della continuità come premier rimanesse Conte: così non ci si metterebbe in urto palese con PD, M5S e LeU, sebbene di fatto sarebbe un personaggio diverso dalla sua versione precedente. L’ex avvocato del popolo è un attore duttile e può farlo, ma soprattutto sarà agevolato ad entrare nei nuovi panni tanto dal dirigere una squadra di alto profilo, quanto dalla perdita sperabile di un po’ della sua corte (che, se ci pensa, non gli ha portato bene).

Possiamo aspettarci tanta lungimiranza dai politici che si sono esibiti nella lunga crisi iniziata negli ultimi mesi dello scorso anno? Qualche passo di realismo lo si è visto, e va riconosciuto che è venuto soprattutto dai Cinque Stelle che erano la parte per cui era più difficile farlo. Adesso tocca a Renzi mostrare che questa volta la sua capacità di analisi politica si sposerà con una generosità verso le sorti del Paese e con la pazienza di costruire dei percorsi che non si realizzano per spallate successive ma con gradualità. Certo se il PD mostrasse capacità di assistere Mattarella nella sua pedagogia collaborando alla realizzazione di una stabilizzazione politica che passa di necessità per la promozione di una squadra di governo molto visibilmente selezionata per una sfida epocale avremmo davvero realizzato la quadratura del cerchio.


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