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Barbara Lezzi

Tempo di lettura 4 Minuti

Non sarà più sola, Giorgia Meloni. Una nuova formazione politica formata per ora da una trentina circa di parlamentari si prepara a riempire lo spazio lasciato vuoto dai moderati di centrodestra, Lega e I. Dissidenti grillini ai quali strada facendo se ne potrebbero aggiungere altri. Ex M5s già fuoriusciti e confluiti nel Misto, delusi rimasti fuori dal giro delle nomine. Cambieranno di conseguenza anche la composizioni delle Commissioni.

I ribelli a Palazzo Madama nomineranno un nuovo capogruppo – in pole position al Senato Elio Lannutti – che parteciperà di diritto alla Conferenza dei capigruppo. Data la consistenza, gli ex M5s (che non hanno ancora pensato ad un nome) potrebbero anche rivendicare la presidenza di una commissione di garanzia. Che si aggiungerebbe così alla Commissione antimafia, presieduta da Nicola Morra, affatto intenzione a mollare la poltrona. Una scissione insomma in piena regola. Non meno dolorosa di quelle subite dal Pd che ha effetti ancora visibili nell’arco parlamentare (Leu, Art.1, Iv).

SUL WEB LA RABBIA

Ad aver appiccato le fiamme è stato ieri mattina il capo reggente Vito Crimi con un lapidario post in in cui si comunicava l’espulsione ai 15 senatori che non hanno votato la fiducia. Poco dopo sul web è scoppiata la rivolta. “Ora cacciateci tutti”. Un fuoco che si espande. pronto a riverberare nei consigli regionali e comunali con azioni di sostegno ai parlamentari espulsi.

A rischio è la tenuta stessa del Movimento fondato da Beppe Grillo, il quale ha ammesso: «Non siamo più dei marziani». Il primo effetto sarà appunto la formazione di un nuovo gruppo. “Ci stiamo pensando, lo decideremo nelle prossime ore quando avremo più chiaro il perimetro dell’alleanza che sostiene il presidente del Consiglio”, ammette Bianca Maria Granato ,una delle senatrici che hanno votato No. “Tecnicamente siamo nel Misto ma io voglio fare una opposizione seria”, promette Mattia Crucioli.

CARTELLINO ROSSO

Lo scisma si consuma in superficie e sottotraccia. Nella base che contesta la contorta geometria dei provvedimenti punitivi adottati dal reggente. E tra i parlamentari. Quel cartellino rosso esibito ai dissidenti mentre era appena iniziata la discussione generale sulla fiducia alla Camera è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. “Sappiate che se voterete No sarete espulsi” Una “intimidazione – si fa notare – partita proprio da lui, da quel Crimi che per eccesso di zelo aveva preceduto tutti annunciando la contrarietà del Movimento ad un possibile governo Draghi (salvo ricredersi qualche ora dopo). Una pagliacciata.

CAMPIDOGLIO

Il tasso di inafferrabilità del capo reggente, sempre meno capo e sempre meno reggente dopo la modifica dello Statuto, ha raggiunto il culmine quando a metterlo alla berlina sono stati Barbara Lezzi, Nicola Morra e Bianca Maria Granato. “Espulsi dal gruppo parlamentare non vuole dire essere stati espulsi dal Movimento”, hanno obiettato i tre senatori. E in effetti, in base al nuovo statuto. formalmente è così.

Il Fronte del No è particolarmente presente al Sud, tutti i 5 senatori calabresi, compreso Morra che ha postato un video contro Draghi, “non ha mai pronunciato la parola mafia e quando ha parlato di legalità lo ha fatto riferendosi al Mezzogiorno, come se anche il Nord non avesse ormai questo problema”. La Granato ha scritto una lettera aperta a Vito Crimi: “Non siamo gli utili idioti di nessuno, se vi piace gestire un gruppo politico in maniera personalistica e autoritaria con lo stesso soggetto che assolve alla funzione di capo politico facente funzioni e membro anziano del Comitato di garanzia, ossia controllore e controllato, fate pure…”.

FUORI CRIMI

È iniziata la battaglia legale. Il Movimento ne uscirà dilaniato più di quanto già non lo sia. Alessandro Di Battista si già dissociato e se ne sta alla finestra. I social ribollono, trasmettono furiosi e accorati, “c’è stato calpestato il cuore”. Il conflitto riverbera alla Camera dove 10 deputati ieri si sono iscritti a parlare a titolo personale: Alvise, Raffa, Forciniti, Cabras, Colletti, Costanzo, Giuliodori, Vallascas, Russo e Testamento.

Al Senato ne bastano dieci, mentre alla Camera per formare un nuovo gruppo bisogna arrivare a venti. Il bailamme non risparmia gli enti locali. Agnese Catini, consigliera M5s e presidente della Commissione politiche sociali capitolina in polemica con il suo gruppo consiliare e con la scelta del governo di supportare Draghi non ha votato il bilancio e ha detto addio “dopo 14 anni di militanza” alla Raggi. “La sindaca ha detto che questo documento guarda al futuro ma se lo fa, lo fa con uno sguardo miope”, ha messo l’epitaffio alla sua scelta sbattendo la porta. L’emorragia non si fermerà qui. Sulla piattaforma Change.org è partita una petizione “per espellere dal Movimento coloro che ne hanno tradito lo statuto dando il sostegno a Draghi”. Primo fra tutti il principale accusato: Vito Crimi.

PRONTI A SFILARSI

Nuovi arrivi potrebbero aggiungersi dopo la nomina dei sottosegretari. Non si esclude infatti che qualche deluso possa aggiungersi. La lista d’attesa è lunga (Tofalo, Sibilia. Spadafora, etc, etc). Passare da una parte all’altra è un attimo, specie tenendo conto che uscire dal gruppo vorrebbe dire non dover più versare la quota mensile dell’indennità da parlamentare e l’obolo alla Casaleggio & Associati. Un bel risparmio per chi, oltretutto, sa già che alla prossima legislatura non verrà ricandidato o non sarebbe più rieleggibile per la regola dei due mandati. Ma questa è la lettura più di cinica di una scissione che per molti iscritti è una lacerazione dolorosa e profonda.


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