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Mario Draghi

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Il governo Draghi è ora, come si dice con formula di rito, nella pienezza delle sue funzioni. Può passare ad operare e affrontare così la famosa prova, quella che gli inglesi esprimono con una locuzione divenuta proverbiale: la prova del budino consiste nel mangiarlo.

Fra i commentatori già ci si divide: secondo alcuni è meglio che si concentri sulle emergenze più evidenti (vaccini, crisi economica) lasciando perdere quelle riforme che potrebbero accendere tensioni nella sua più che variegata maggioranza; secondo altri tutto si tiene ed è illusorio pensare che si possa selezionare più di tanto fra le riforme da fare. Nell’immediato ovviamente ci sarà da affrontare un passaggio ineludibile, che è la nomina dei viceministri e sottosegretari.

Non è una partita semplice, perché si intuisce che su questa si stanno scatenando tutte le tensioni interne alle forze politiche, le quali contano di sistemare in questi ruoli le loro “quinte colonne” capaci di tenere quantomeno sotto osservazione le mosse degli alleati/avversari.

La faccenda è delicata, perché non si tratta di ruoli da passacarte. Un sottosegretario capace è un grande aiuto per il suo ministro, uno che è lì solo per “fare politica” è una notevole palla al piede. Si tratta in molti casi del primo interfaccia con le burocrazie ministeriali, abbastanza abituate a bypassarli all’occorrenza, ma non è detto che questo sia un bene o che aiuti il ministro di riferimento.

Conforta sapere che tanto Draghi quanto la sua squadra conoscono bene queste dinamiche, perché c’hanno vissuto in mezzo per anni e dunque, per quel che potranno, lavoreranno per tenere la situazione sotto controllo (ovviamente un terreno di accordo coi partiti andrà trovato).

Per rendersi subito conto di quanto il nuovo premier abbia ben presente la situazione basterà vedere cosa ha detto alla inaugurazione dell’anno giudiziario della Corte dei Conti. Ha mostrato subito consapevolezza di quanto sia delicato quel meccanismo, che da un lato costituisce uno strumento essenziale per la lotta al malgoverno e alla corruzione, ma che dall’altro deve essere sottratto alle tentazioni di qualche membro (specie in alcune sue procure) di fare il giustiziere del popolo mettendo tutto sotto inchiesta, generando così simultaneamente un ingorgo di procedimenti e uno “sciopero della firma” da parte della burocrazia.

Draghi ha dato un bell’esempio di quanto le retoriche sugli “spazzacorrotti” siano politiche da bar anziché interventi di risanamento di un malcostume che c’è, ma che va combattuto nel modo giusto.

Siamo insomma di fronte a quel perverso intreccio di ragioni e di torti che connota l’attuale situazione del paese e che per l’appunto chiede che si metta mano a delle riforme. Che queste siano divisive è indubbio, per la semplice ragione che tutti coloro che vengono toccati dalla razionalizzazione del sistema trovano modo di sussurrare all’orecchio dei politici le loro preoccupazioni, si capisce presentate come forme di tutela del bene pubblico.

Quanto più i politici sono neofiti del ramo, oppure quanto più sono tentati dal costruirsi alleanze con quelli che si presentano come potentati burocratici, tanto più riescono ad orientare le azioni di blocco delle riforme.

La storia è vecchia e ben conosciuta da coloro che frequentano la politica ed è questo che spinge a consigliare Draghi di non impegnarsi da subito su terreni ardui. Il tema merita qualche riflessione, lasciando da parte la questione che non è che temi come la lotta alla pandemia con lo sforzo vaccinale o il governo della crisi economica siano terreni sui quali poi si troverà un facile largo consenso.

Vorremmo piuttosto richiamare il fatto che adesso per un po’ di tempo Draghi avrà a disposizione un formidabile strumento per tenere sotto controllo le alzate d’ingegno delle varie parti politiche. Si tratta di ciò che conseguirebbe ad una messa in crisi del suo esperimento: lo scioglimento della legislatura con una prova elettorale dove i votanti probabilmente punirebbero i partiti che hanno impedito ad un premier che gode di grande stima e fiducia di avviare la ricostruzione del paese.

Questo strumento si esaurirà con l’ingresso nel semestre bianco (ad agosto) quando Mattarella anche in presenza di una pesante crisi di sistema non potrebbe più sciogliere le Camere. Allora tutti i colpi di mano e le alzate di ingegno di quelli che pensano ancora che rovesciando il tavolo ci sia da guadagnarci (e ce ne sono parecchi) potranno essere messi in atto senza correre il rischio di doverne rispondere presto agli elettori, perché tutto di norma scivolerebbe alla primavera del 2022, con intanto un nuovo inquilino del Quirinale e con un contesto che potrebbe essere molto confuso (cosa che agli sfascisti piace molto).

Dunque a Draghi converrà mettere subito mano a qualche riforma chiave, che fra il resto è essenziale anche per accreditare il nostro Recovery Plan a Bruxelles. Riforma della Pubblica Amministrazione, della Giustizia (senza illudersi che si possa fare solo quella della giustizia civile per non turbare entrando su quella penale le fumisterie di grillini e associati), del Fisco, sono passaggi a cui bisogna mettere mano.

Del resto nella situazione ultra-corporativa e confusa in cui ci troviamo qualsiasi intervento, anche apparentemente modesto, susciterà tensioni. Tanto per dire: non si crederà che una razionalizzazione del settore scuola possa passare senza tensioni e opposizioni?

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