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Il leader della Lega Matteo Salvini

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Confrontarsi da posizioni opposte pur stando nella stessa maggioranza è roba da acrobati. Ci hanno provato l’altro ieri su una piattaforma online Enrico Letta, neo segretario del Pd, e Matteo Salvini, leader leghista. Niente di che, diciamo. Però ne è risultata la rappresentazione nell’oggi di una collaborazione piuttosto forzata ma inevitabile; e per il domani la prefigurazione di un duello elettorale per la conquista del governo. Ci sono questioni che accomunano il percorso politico dei prossimi mesi dei due segretari e altre che li divaricano perché frutto di combinazioni di schieramento che non si assomigliano per nulla. E sotto questo profilo non è detto che il centrodestra stia meglio dei dirimpettai. Vediamo. 

E’ nota la capacità di quest’ultimo contenitore di aprire e chiudersi a fisarmonica seguendo un criterio empirico – ossia qual è la maniera migliore per prevalere nei seggi – e non ideologico. Per cui a parte le polemiche di rito, nessuno si meraviglia se l’elastico si allunga a dismisura tra il Capitano e Forza Italia su Europa e dintorni per spezzandosi del tutto sull’appoggio al governo Draghi tra Salvini e la Meloni, e poi si riaccorcia fino diventare inerte laddove si tratta di imbastire alleanze da presentare agli elettori. In verità la collocazione europea divarica Lega e Fdi come e più della distanza tra Salvini e Berlusconi, ma tant’è. Il punto è un altro, e cioè che stavolta lo stare il partito più grande della possibile coalizione di centrodestra da una parte, accanto a Draghi e, appunto, in alleanza con il Pd; e il secondo partito della medesima coalizione collocato invece sul fronte opposto, comporta difficoltà di amalgama non indifferenti, pur nella forma di puro e semplice cartello elettorale. Non solo per la banale considerazione che un partito, la Lega, evidentemente lavora per il successo del governo e l’altro, FdI, seppur responsabilmente, è sulla riva opposta (e se il Next generation funziona e i soldi europei arrivano come la mettiamo?), ma anche e soprattutto perché non sarà semplice in campagna elettorale spiegare ai cittadini come è possibile definirsi coerenti e compatti dopo aver operato scelte così distanti. In altri termini ci sarà un prezzo da pagare in termini di credibilità. E va bene che gli italiani sono di memoria corta, però…

Non che nel centrosinistra le cose siano più facili. Detto della inevitabile concorrenza tra i due partiti maggiori – da questa parte ancora più agguerrita visto che i sondaggi assegnano ad ambedue percentuali vicinissime – la questione è che se nel centrodestra sono divaricati ma ognuno con la sua specifica identità, da giustapporre visto che non possono combaciare, da quest’altra parte l’identità è una chimera che continuamente muta e sfugge. Il Pd di Enrico Letta la deve ricostruire e ci va di mezzo perfino il nome del partito; i Cinquestelle di Conte sono un continente inesplorato con confini confusi e privo di mappatura. Qui tra stagionati e anacronistici rivoluzionari, ex detentori di apriscatole, nuovi (!) liberali e, diciamo, riverniciati democristiani parlare di identità somiglia ad una blasfemia. Una conferma indiretta arriva dalle polemiche suscitate dal doppio mandato, polemiche che piombano in un silenzio insistito del MoVimento da quando Conte ha lasciato palazzo Chigi. Non è semplice reinventarsi un ruolo e un programma, un percorso politico concreto e affidabile poggiando su quella bolla di sapone che sono i parlamentari eletti nel 2018: tantissimi, allo stato piuttosto variegati e con l’incubo di rimanere fuori perché i consensi sono evaporati e i seggi tagliati. Letta ha poi la questione insoluta del rapporto con Matteo Renzi. I sondaggi in teoria dovrebbero aiutarlo visto che assegnano a Italia Viva percentuali al di sotto del livello di sopravvivenza. Però l’esperienza insegna che guai a sottovalutare l’ex sindaco di Firenze.

Abbastanza ovvio che in un siffatto magma, Pd (o come si chiamerà) e Lega agognino un sistema elettorale maggioritario che assegni alla loro non così rocciosa leadership il bastone del comando. Chissà. Però lo sanno tutti che i nodi politici non si sciolgono con i meccanismi di voto. Chi ci ha provato ha vissuto sulla propria pelle (chiedere a Roberto Calderoli) l’eterogenesi dei fini finendo come quei pifferi di montagna che andarono per suonare e furono suonati. Allora magari senza poterlo proclamare troppo forte in cuor loro i due Timonieri tifano perché Draghi faccia per loro il lavoro sporco e rimetta in sesto il Paese. Poi qualcuno coglierà i frutti. Ma adesso è stagione di semina, il raccolto può e deve aspettare.


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