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Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella con il premier Mario Draghi

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Mentre Draghi naviga sulle onde di una maggioranza che rimane inquieta essendo incapace di resistere alla tentazione di cavalcare i contrastanti sentimenti indotti nel paese da una pandemia che non sembra ancora dominabile, già si vedono affacciarsi ragionamenti sul “dopo”. Tutti sanno che questo è un governo legato all’emergenza cessata la quale si dovrà tornare ad una qualche forma di normalità. Ovvio, ma quando, ma come?

Innanzitutto si tratterebbe di stabilire quando, almeno in linea di principio, si potrà considerare chiusa la fase dell’emergenza. Già è complicato immaginare quando si potrà considerare messo sotto controllo il virus del Covid: quando le vaccinazioni avranno coperto una larga quota della popolazione? Ma c’è da tenere presente che ancora non si sa quanto dura la copertura vaccinale e se davvero fosse sui 6-8 mesi come qualcuno ipotizza, praticamente quando avremo finito il primo ciclo di inoculazioni su quasi tutta la popolazione si dovrà iniziare a ri-vaccinare i primi perché per loro si sarà esaurito il ciclo di copertura. Sempre che l’incognita delle varianti non sconquassi tutto.

Anche a prescindere dalla questione dei vaccini, che in fondo una volta messa a regime la strategia di somministrazione potrebbe essere poi portata avanti anche da nuovi esecutivi, rimane il secondo pilastro ad occuparsi del quale è stato chiamato Draghi: il problema del Recovery Fund. Di nuovo: è sufficiente che avvii bene la progettazione oppure sarebbe bene che ne gestisse anche almeno una prima fase di realizzazione? La domanda non è banale.

Su tutto però incombe una scadenza istituzionale, lasciando da parte possibili scossoni che possano venire dall’esito delle urne d’autunno. Ad inizio 2022 (fra febbraio e marzo) si deve votare per il nuovo Capo dello Stato. Se Draghi venisse mandato al Quirinale (evitiamo di scrivere “venisse elevato” che ci sembra un brutto termine che porta sfortuna) il suo governo finirebbe per forza e si porrebbe il problema di come sostituirlo. Difficile far sopravvivere, a meno del protrarsi di una situazione drammaticamente emergenziale (sarebbe davvero un incubo), l’attuale maggioranza di solidarietà nazionale che necessiterebbe di un Draghi bis, il quale non è immaginabile. Poco sensato privarsi per il Quirinale di una personalità del peso e del prestigio dell’ex presidente della BCE, giusto per fargli fare un altro anno di governo: nel 2023 la legislatura finisce per scadenza naturale.

La soluzione di convincere Mattarella ad una rielezione a tempo, stile Napolitano, giusto per far terminare a Draghi la gestione dell’emergenza in modo da poterlo mandare al Quirinale dopo che ha finito i suoi compiti è troppo cervellotica. L’attuale inquilino del Colle è giustamente renitente a questa soluzione. Da un lato quella che con Napolitano poteva continuare ad essere una eccezione, scivolerebbe a diventare una specie di regola, sia pure di emergenza, e tutti sanno che questi precedenti possono diventare pericolosi. Dall’altro lato non è che il sacrificio fatto da Napolitano, che, ricordiamocelo, non fu certo felice della cosa, venisse poi premiato dalla classe politica, che si spaccò ben bene nella scelta del suo successore e se si finì su Mattarella fu quasi per un miracolo delle alchimie politiche.

E’ normale che il problema del dopo Draghi sia affrontato in più sedi, ma sempre nel massimo riserbo possibile, facendo passare le notizie che al proposito filtrano ogni tanto sulla stampa come fantapolitica di analisti che devono pur dire qualcosa. In realtà il tema è ben presente e da come sarà svolto nei prossimi mesi dipende l’evoluzione della politica italiana. In parte anche sul piano della gestione della pandemia, sebbene qui si stia procedendo a mettere il treno su dei binari stabiliti: i deragliamenti però, considerando il complicato rapporto tra stato e regioni, sono sempre possibili, visto che a livello dei “governatori” qualche tentazione a fare politica in grande (si fa per dire) sembra non mancare. In maniera più impattante certamente sul tema della gestione degli aiuti europei: basta seguire un po’ di interventi vari nei talk show per vedere che fra i politici, anche di livello ministeriale, non è finita l’abitudine a presentare quei fondi come una specie di sacco della Befana da cui si potranno trarre risorse per sistemare ogni genere di problemi.

Sarebbe assolutamente necessario che la classe politica desse un segnale chiaro di aver compreso la centralità del passaggio che non può essere evitato. L’elezione del successore di Mattarella avverrà in un momento delicatissimo, dove si sommeranno il primo bilancio della grande guerra al virus (allora si dovrebbe vedere se si è trovata la via per metterlo sotto controllo) e l’avvio vero della “ricostruzione” post pandemia con tutti i problemi connessi sul piano sociale, economico, culturale. Una ripetizione dei pasticci al tempo della soluzione di ripiego sul Napolitano sarebbe esiziale: la rottura dell’intesa Renzi-Berlusconi su una candidatura condivisa, il caos dell’affondamento prima di Marini e poi, in maniera grottesca, di Romano Prodi, sono episodi che sono interamente ascrivibili agli infantilismi e ai macchiavelli da bar della politica dell’epoca. Qualcosa di simile è un incubo: si dice che la storia non si ripete, ma quando lo fa finisce nella farsa. Qui saremmo alla trasformazione di una farsa in una farsa 2.0. Qualcosa che l’Italia non può permettersi con un paese stremato da quasi due anni di pandemia e bisognoso di mettere a frutto finanziamenti europei sul cui utilizzo sono puntati gli occhi, non tutti benevoli, dei nostri partner/benefattori.


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