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Enrico Letta e Matteo Renzi

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L’incontro c’è stato, ma non sembra abbia prodotto chissà quali risultati. Parliamo di Letta e Renzi il cui sedersi insieme al tavolo suscita qualche interesse perché rimanda ad un passato non proprio glorioso, quando il secondo fece sgarbatamente fuori il primo.

Allora sembrava un colpo di vita, perché, ammettiamolo, il Letta presidente del consiglio non è che facesse scintille, mentre il giovane segretario del PD che era succeduto ad un Bersani logoratissimo (la parentesi di Epifani fu senza storia) le scintille cercò di farle anche troppo.

Il fatto è che Renzi le scintille non seppe gestirle e con esse si bruciò le mani, mentre Letta, auto esiliatosi a Parigi, si è ricostruito un’immagine di politico di peso (almeno intellettuale).

La storia ricomincia da qui, da questo capovolgimento di situazione. Renzi è oggi ancora un politico brillante, che ha il fiuto per fare colpi di mano (l’arrivo di Draghi si deve a lui, va riconosciuto), ma è anche il politico che ha fallito nel suo sogno di fare il Macron italiano, quello che liquidava un PD senza fiato per mettere in piedi un partito capace di marciare verso la conquista del ruolo centrale nella nuova geografia politica.

Letta è una specie di riserva della repubblica (in questo caso della repubblica di sinistra) richiamato in servizio per rimettere il PD nella posizione di partito centrale degli equilibri politici. Se ci riuscirà lo si vedrà fra poco, per ora però dei due è quello che sembra avere davanti un futuro aperto.

 Pesa su Renzi l’essere a capo di una formazione che nei sondaggi non riesce a sfondare la barriera del 3% e che per ora non ha raccolto un risultato di peso in nessuna prova elettorale.

La sua scelta di non stare né col duo Salvini-Meloni né coi Cinque Stelle anche se si mettono dietro a Conte può avere un qualche fascino su chi non ama il populismo che sotto sotto unisce gli uni e gli altri, ma non è una risorsa che possa andare sul piano elettorale oltre la raccolta di un limitatissimo consenso a metà fra la testimonianza anti demagogica e la snobberia di non volersi intruppare nei partiti storici. Troppo poco per pesare se decide di starsene da parte, altrimenti deve scendere nel gioco delle coalizioni e rimangiarsi le snobberie. Del resto ha raggiunto qualche risultato quando l’ha fatto.

Letta è in una posizione più forte perché se vuole può prosciugare l’acqua in cui potrebbe nuotare Italia Viva, cioè mostrare che per una politica di realismo creativo il PD offre ampi spazi. Non che sia facile: deve neutralizzare una tradizione demagogica che è viva nel suo campo (dai nostalgici della sinistra ingraiana alle sardine di vario conio) e al tempo stesso deve costringere quel mondo inquieto che bene o male ancora sta coi Cinque Stelle a passare oltre il famoso guado che li porta dal populismo del “vaffa” alla pochette di Conte.

In questa fase però Renzi dovrebbe capire che ad attrarre il PD nel magnifico isolamento (si fa per dire) di Italia Viva non guadagnerebbero niente né lui né il partito di Letta. Quest’ultimo non crediamo faccia fatica a capire che non può cedere ai Cinque Stelle su una partita persa come sarebbe il sostegno alla Raggi, ma da qui a scegliere di rompere previamente con M5S in ogni competizione per i sindaci ce ne corre.

Renzi non gli offre nessun aiuto, non solo perché non ha i numeri: a livello parlamentare non ha un membro che sia stato eletto sotto il suo simbolo, sono tutti transfughi da altri partiti e a livello locale non ha nessun nome di peso da mettere in campo come garanzia di sfondamento. La sua provocazione su Bologna a favore della candidatura della sindaca di San Lazzaro colpisce chi non conosce le dinamiche di quella città, dove la raccolta del consenso è molto difficile e ha bisogno di superare il duplice scoglio delle barriere del professionismo politico degli uomini del PD e di una città molto strutturata in tante corporazioni.

Fino a ieri forse il PD poteva un poco soffrire della competizione di Italia Viva come “partito delle idee” contro la sua immagine di partito di apparato. Era una costruzione mediatica più che reale, ma un minimo poteva funzionare, considerando una certa reticenza dei vertici del Nazareno a valorizzare le idee per far spazio all’inseguimento delle mode. Con Letta le cose potrebbero cambiare.

Renzi non è riuscito nell’operazione di svuotare il PD di quadri competenti. I cosiddetti ex renziani, che non stanno solo in Base Riformista, sono in realtà quel gruppo di persone che si schierarono con l’allora segretario non per un astratto suo fascino personale, ma perché credevano in un modo diverso di fare politica.

Non lo hanno seguito nella sua scissione semplicemente perché non hanno creduto che la nuova formazione fosse davvero in grado di continuare quell’avventura, che invece poteva ancora trovare spazi nel PD.

È in fondo su questo tema che Letta e Renzi si sono confrontati. Non sappiamo cosa si siano davvero detti e in fondo conta poco. La questione è che nella svolta politica si è determinata con l’avvento di Draghi entrambi avrebbero interesse a fare, come si dice, 0 a 0 e palla al centro.

Letta rendendo chiaro che, pur nell’inevitabilità date le contingenze presenti di cercare di tenere un rapporto con M5S (salvo che questo non lo renda possibile), con l’agenda del miglior Renzi d’annata, quello delle riforme serie, lui intende avere un rapporto molto costruttivo. Quest’ultimo capendo che il suo ruolo oggi può essere solo quello di fare, se ne è ancora capace, l’innesco per politiche creative da rendere possibili attraverso una coalizione a guida del nuovo PD di Letta (sperando che decolli).


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