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Il leader della Lega Matteo Salvini

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Salvini ha un buon intuito da demagogo, ma gli manca la prospettiva del politico. Intuisce l’opportunità di un momento, gli sfugge quella del medio periodo. Già una volta ha bruciato la sua opportunità con il famoso (tentato) colpo di mano del Papeete. Rischia di fare il bis.

Vediamo di analizzare i fatti. Non contento di aver messo in angolo un centrosinistra che sulle “chiusure” non aveva colto la difficile sostenibilità della posizione in un paese spossato da ormai tredici mesi di lotta con la pandemia, non si era accontentato del fatto che il governo avesse alla fine optato per il buon senso di allargare le maglie delle restrizioni (e neppure di poco, a ben vedere).

Draghi è un politico realista e si era reso conto che la politica delle chiusure ad oltranza non solo non era sostenibile, ma era una mezza finzione: di fatto tutti constatavano che la vita scorreva con restrizioni… all’italiana. Molti negozi aperti con una scusa o con un’altra, spostamenti che si verificavano sulla base di autocertificazioni abbastanza fantasiose, ma soprattutto impossibilità di imporre una reale osservanza delle normative, perché non c’è abbastanza forza pubblica per controllare e sanzionare. Visto che anche in queste condizioni l’epidemia viene contenuta e un poco regredisce, meglio dare un po’ di respiro alle tensioni sociali.

Il demagogo però non ha letto la situazione con questi occhi. Da un lato ha colto che una componente sociale aizzata a chiedere molto e non sedata da una politica efficace di “sostegni” non si accontentava: un fenomeno tipico quando si lasciano crescere certi tipi di agitazione. Dal lato opposto ha constatato che un congruo manipolo di lamentosi opinionisti si stracciava le vesti accusando Salvini e gli aperturisti di far correre pericoli mortali al Paese, per cui gli veniva bene sfruttare il clima per accentuare la sua maschera di vendicatore delle libertà del popolo. Ecco perché ha deciso di mettere in scena il suo distacco dal “salvatore della patria”, quel Draghi che sta conquistandosi sempre più spazio come assennato gestore di un passaggio difficile.

Tutta la manovra è stata fatta violando bellamente la regola per cui le opinioni dissidenti nel consiglio dei ministri non possono venire portate in pubblico. L’ha richiamato da costituzionalista l’on. Ceccanti, ma, come si sa, i demagoghi non conoscono altra regola che quella per cui ogni colpo basso è consentito. L’obiettivo è preparare l’uscita della Lega dalla coalizione di governo? Non crediamo proprio. Praticamente da domani si apre la partita sul Recovery Plan, cioè, diciamolo brutalmente, su oltre 200 miliardi da spendere. La cabina di regia sarà a Palazzo Chigi e al MEF, ma naturalmente i partiti della maggioranza potranno interagire. Vi sembra che possa essere nell’interesse della Lega, espressione del Nord produttivo, alla testa di 14 regioni, restare fuori da questa impresa?

Sono ovviamente domande retoriche, ma c’è di più. Salvini pensa di rischiare poco con la sua intemerata di questi giorni. Dalla maggioranza non uscirà (vedi la sua posizione sulla ipotizzata mozione di sfiducia a Speranza) e probabilmente pensa di poter fare un altro colpaccio. Che Draghi non potesse cedere alle sue richieste su una revisione dell’orario del coprifuoco, Salvini lo dava per scontato. È un animale politico e capisce benissimo che cedere ulteriormente alle pressioni del centrodestra avrebbe significato per Draghi mettersi in grosse difficoltà col centrosinistra che già si era esposto contro le riaperture. Tuttavia il leader leghista ancora una volta sfrutta una ingenuità del fronte della cosiddetta fermezza e una rigidità del nostro sistema di produzione legislativa. Per un mix di quelle ragioni il decreto prevede di essere in vigore fino al 31 luglio, quando è abbastanza evidente che, a meno di un drastico peggioramento dell’epidemia, non è immaginabile un’estate col coprifuoco alle 22. Come tutti danno per scontato, fra una quindicina di giorni o un mese l’orario verrà rivisto e allora Salvini potrà intestarsi un’altra vittoria dovuta alle sue pressioni. Sarebbe banalmente bastato che il decreto fissasse per la determinazione dell’orario del coprifuoco qualche regola con parametri generali, come si è fatto per i “colori” delle regioni, e non ci sarebbe stata discussione.

Da tutto questo si deve concludere che la strategia di Salvini è, come si usa dire, win-win? In realtà la faccenda è più complicata. Il leader leghista gioca a fare la voce grossa immaginandosi di non rischiare un’uscita dal governo, ma sottovaluta il fatto che tutti gli altri membri della coalizione potrebbero alla fine trovare conveniente usare le sue intemerate per sbatterlo fuori. La Lega non è determinante per tenere in piedi la maggioranza e tutto sommato se la si mettesse fuori ci sarebbe più spazio d’azione per le altre componenti nella gestione del Recovery Plan. Se pensa a quel che gli è successo dopo il Papeete, Salvini se ne può rendere conto. Se allora per mettere in piedi un nuovo governo si doveva riciclare Conte, contro cui si poteva anche presumere di fare una lotta facile, oggi rimarrebbe Draghi che ha un prestigio e uno spessore che gli possono consentire di non risentire più di tanto dell’uscita dei leghisti dalla maggioranza.

Se poi Salvini pensa di poter far perno sui suoi “governatori” sbaglia di nuovo i conti. Quando si tratterà, già probabilmente da ottobre, di fare i conti con l’avvio del PNRR che impatta sulle regioni, il peso degli interessi per lo sviluppo avrà gioco facile a mettere nell’angolo la demagogia.


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