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Matteo Salvini, leader della Lega

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IO SONO un visionario, dice Beppe Grillo. Non è l’unico. Anche Silvio Berlusconi coltiva utopie. Una in particolare: riunire sotto uno stesso simbolo l’insieme delle forze del centrodestra che lui stesso ha creato. L’articolazione è la stessa di cinque lustri fa,  i rapporti di forza interni sono cambiati. Ma l’ossessione del predellino no, quella è rimasta. Sono in tanti a dire che l’utopia del Cav è davvero tale e quindi irrealizzabile.

Tuttavia foss’anche solo per amore di discussione, possiamo provare ad affrontarla e analizzarla come progetto politico percorribile. Così facendo, il primo dato che balza agli occhi è la sua strumentalità. Nel senso che gran parte di chi quella prospettiva sostiene, a mezza bocca o esplicitamente afferma che si tratta di un modo per unire le forze esistenti e in tal modo garantirgli un maggiore potere di incisione nell’agone politico.

Insomma, specialmente nella versione ridotta di Federazione Lega-FI,  la prospettiva sarebbe quella di una migliore coordinazione nell’azione. Il resto, come l’intendenza di De Gaulle, arriverà. In questo modo non si coglie l’aspetto più innovativo della proposta berlusconiana. Né, appunto, il più immaginifico e, nella sintassi del pensiero dell’ex premier, maneggiato  con modalità fortemente evocative per convincere i dubbiosi.

Si tratta del riferimento al partito Repubblicano americano, il Grand Old Party, usato come metafora, come esempio e soprattutto come sentiero identitario concretamente praticabile. È davvero così? A ben vedere, e sempre provando a prendere sul serio la proposta berlusconiana, il vero punto debole sta qui. Per molti e non solo per il Cav, il fatto che i partiti non si creino a tavolino, non siano il frutto di estemporaneità magari perfino geniali ma dalle gambe gracili se non supportati da una tensione ideale e da una pratica di massa, appare inconcepibile.

Per molti versi, è difficile dargli torto. I partiti novecenteschi, impregnati di ideologia e ricolmi di “funzionari” che ne garantivano l’innervatura territoriale, sono archeologia politica e non torneranno. Il loro posto è stato preso da strutture da un lato ultra leaderistiche e personali, dall’altro da spinte e vellicamenti che impegnano più la pancia che la testa degli elettori. Il mondo dei social contribuisce ad enfatizzare queste caratteristiche.

In Italia il fenomeno è particolarmente accentuato e in tal modo svia chi cerca di dipanarlo. Attenzione: non c’entra la politologia, c’entra il rapporto rappresentanti-rappresentati. Negli Usa il bipolarismo Repubblicani-Democratici si nutre di radici storiche e sociali nettamente caratterizzanti i due contenitori. L’idea di trasferirne uno nel panorama politico italiano – considerandolo come semplice etichetta da esportare, una sorta di insegna che lampeggia per attirare l’attenzione e il voto dei cittadini, è velleitario. Al di là di tutti le altre, per una ragione assai semplice: il bipolarismo americano si nutre di regole, procedure, pratiche, impalcature strutturali e ideali che non sono sovrapponibili col sistema italiano. O meglio lo sono ad una sola condizione: adottarle in toto. Detto più brutalmente: se si guarda al modello americano allora bisogna avere lo sguardo a 360 gradi, è necessario analizzare le strutture della politica Usa per capire se sono esportabili in Italia. In altri termini se si guarda al quel bipolarismo non si può prenderlo a modello senza importare anche tutto il resto, dal presidenzialismo all’articolazione federale; dalla Suprema Corte al meccanismo delle primarie.

Proprio queste ultime forniscono l’esperienza più concreta (e fallimentare) di introduzione di modelli statunitensi che calati nel contesto italiano diventano scimmiottatura e perdono di senso nonché di efficacia. L’ultima performance del Pd, unico partito che le ha adottate dopo aver mutuato dagli Usa “il nome della Cosa”, conferma che si tratta di un rito, una liturgia che al di là dei numeri di cittadini assiepati nei gazebo, non suscita la scintilla di confronto decisivo come è appunto in America. Dove una volta concluse le primarie, si va a Convention che devono eleggere il candidato alla presidenza con sistemi e procedure codificate da decenni di esperienza. Ma appunto il Presidente, l’uomo più potente del mondo come viene pomposamente definito anche in questo caso con una coda del secolo scorso, e che tuttavia arriva alla Casa Bianca sull’onda del voto popolare e il sistema dei Grandi elettori. Mutuabile anche questo? Davvero difficile da credere.

Al dunque ciò che davvero manca nella suggestione berlusconiana e la rende così poco credibile e ancor meno praticabile se non nella versione ridotta di una abbraccio Lega-Fi (o quel che ne resta) di respiro inevitabilmente corto, è l’assenza di un progetto di Grande riforma istituzionale all’interno della quale appoggiare il bipolarismo Usa e quel che ne consegue. Anche il Pd a suo tempo adottò nominalismi che occhieggiavano al sistema americano con il progetto di “unire tutti i riformismi”. E ad un certo punto anche Gianfranco Fini puntò con An ad adottare il simbolo dell’Elefantino che sempre al Partito repubblicano statunitense faceva riferimento.

Ognuno può giudicare la bontà di quegli esperimenti. Se si vuole “fare come in America” bisogna farlo bene, adeguando le strutture istituzionali e la pratica politica a quelle che vigono sull’altra sponda dell’Atlantico. Oltre che spinte visionarie ci vuole coraggio e credibilità. Categorie strettamente avvinghiate alla leadership.


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