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Silvio Berlusconi, Giorgia Meloni e Matteo Salvini

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Dunque, il tema è sempre lo stesso ed evolve lentamente ma in costante progresso. Stiamo parlando naturalmente dell’ipotesi di una Federazione di centro destra inventata sul predellino2 da Silvio Berlusconi, con una prospettiva diversa da quella che si rivelò un gigante con le caviglie d’argilla del Partito della Libertà, che ficcava in uno stesso contenitore etichettato con nome, bandiera, simbolo, slogan e quadro di comando, i vertici dei due maggiori contraenti: Forza Italia e alleanza nazionale di Fini.

Stavolta la musica è diversa, pena l’aborto. Ricordiamo brevemente come stanno le cose ai nastri di partenza: Forza Italia – che è stato il partito leader per oltre vent’anni e che ha attratto a sé tutta la grande borghesia produttiva del nord e gran parte dell’elettorato democristiano socialista del resto dell’Italia – è in smagrimento continuo vuoi per le assenze forzate del suo leader Silvio Berlusconi (colpito da settanta processi penali di cui uno soltanto terminato con una condanna grazie a una legge retroattiva come la Severino che ha fatto saltare i nervi ai giudici del tribunale per i Diritti dell’Uomo di Strasburgo e che poi è stato anche colpito da importanti malattie, un intervento al cuore, una neoplasia e per le fratture subite per il lancio di un oggetto di ferro scagliatogli da un odiatore) e infine con una lunga tormentata degenza per una forma severa di Covid trattata al San Raffaele.

Forza Italia non ha un compatto gruppo dirigente di primissima scelta, salvo un prezioso ed operativo Antonio Tajani che accumula l’esperienza di ex presidente del Parlamento europeo, tuttavia è un partito di donne forti come la Gelmini, la Carfagna, la Bernini, per non dire della Casellati proiettata alla seconda carica dello Stato dove si è resa largamente autonoma dal partito di provenienza. La geografia del potere di quel partito sia andata frastagliando per interessi regionali ed è sottoposta a una forza centripeta che ne ha reso insignificanti le origini, e incerte le prospettive.

L’idea di Silvio Berlusconi è stata chiara e nuova. E di difficilissima realizzazione come abbiamo già detto. Una cosa simile a quella che ha in testa Berlusconi l’ha realizzata in Spagna Isabel Dìaz Ayuso con la sua Maggioranza per Madrid che mette insieme parte del vecchio Partito socialista, il partito populista Podemos e un movimento di destra. Forze eterogenee, ma accomunate da un programma elettorale comune. Precauzione: ciascuno resta se stesso, nessuna unificazione, distinzione delle identità, ma un piano comune da giocare insieme per obiettivi comuni.

Stavolta dunque nessuna unificazione. Per Forza Italia unificarsi in un partito unico insieme con la Lega di Salvini avrebbe equivalso ad una Anschluss una annessione totale come quella che fece la Germania dell’Austria e con la perdita totale degli elettori liberali. Gli elettori liberali esistono, sono una gran quantità sia dentro Forza Italia, sia dentro la Lega già Lega Nord di Umberto Bossi. Da fonti molto interne molto vicine all’ex segretario e fondatore storico della Lega si sa che Umberto Bossi ha deciso di non aprire bocca quando gli pongono una domanda sull’identità del suo partito, preferendo simulare i postumi di un ictus piuttosto che mettere i bastoni fra le ruote al suo successore.

Ma è notissimo che la maggior parte degli imprenditori lombardi, veneti, liguri e piemontesi, per dire soltanto dell’area padana e a ridosso delle Alpi sono assolutamente contrari alla linea salviniana nazionalista di un partito unico dei terroni e dei polentoni che mette insieme tutti su una questione di pancia reattiva come quella dei migranti, degli scontri tra polizia e clandestini in stato di agitazione psichiatrica perché abbandonati al loro destino senza alcun aiuto sanitario, che la posizione del loro partito è diventata sempre più muscolare e reattiva ma con poca strategia se non per quel minimo che riguarda la riduzione delle tasse, anzi l’obiettivo della flat tax benché con un avvicinabile, un vago nazionalismo nel una reattività di risulta di fronte alle reazioni per la legge sui diritti civili Lgbt .

Il Giornale, diretto da Augusto Minzolini da oltre trent’anni il giornalista cacciatore e indagatore per eccellenza, ha aperto uno spazio sul foglio di famiglia proprio per sondare le opinioni più influenti. Se la Moratti si è detta molto favorevole, ma con parecchi freni a mano tirati (è la nostra opinione: non ci è sembrata entusiasta ma piuttosto rassegnata) l’ex direttore del Corriere della Sera Paolo Mieli sostiene che una operazione del genere non porterebbe alcun risultato per una sorta di sindrome inevitabile: i leader di destra appena possono, assicura Mieli, virano a sinistra come hanno già fatto Casini, Dini, Monti e tanti altri.

Dunque, secondo lui, meglio lasciar fare a Draghi che già conduce una politica di centro destra senza rischiare avventure di geometria variabile. Ma Berlusconi ha tutt’altra idea: il suo modello è un partito che sia al tempo stesso un non-partito alla maniera del Grand Old Party americano, il GOP ovvero il Partito che non esiste come struttura ma funziona come un contenitore di movimenti di varia natura che al momento delle elezioni formano liste da presentare alle urne.

Siamo ancora lontanissimi da questo obiettivo e questo Berlusconi lo sa e ne fa oggetto di conversazioni quotidiane ad Arcore, puntando per ora a un test fondativo: quello delle elezioni nelle grandi città come Roma, Milano, Torino ed altre, dove si metteranno alla prova i primi risultati di una possibile coalizione di servizio, senza connotati ideologici. L’appuntamento è dunque per la stagione delle piogge, ma poi si aprirà la fase della prima scrematura per affrontare il nuovo anno, il 2023, che sarà l’Annus Laboriosus, prima del successivo che ci porterà alle urne per rinnovare il Parlamento. Basterà un anno di tempo?

La risposta è che basta e avanza se c’è concordia, è un anno sprecato se nessuno vuole o se nessuno ha capito l’importanza dell’occasione unica che si presenta oggi. Di sicuro, anche Giorgia Meloni, guidata discretamente da Guido Crosetto, ci sta pensando, dando prudentissimi segnali. Paradossalmente, Draghi gioca contro perché di fatto fa una politica di centro-destra e la fa senza bisogno di coalizioni. E questo, per ora, spiazza le macchinazioni ingegneresche all’interno dei partiti.


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