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Beppe Grillo

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Ammesso e non concesso sia vero ciò che sostiene Matteo Renzi, ovvero che Letta junior sia diventata la sesta stellina del pentagramma appena affidato all’esecuzione di Giuseppe Conte, resterebbe pur sempre da stabilire paternità e senso di marcia delle altre cinque. In particolare ora, che sta per entrare in vigore lo Statuto della Rifondazione contiana (“ex” o “post” grillina).

Una delle più luminose, potremmo definirla senza tema di smentita eternamente ri-sorgente, sarà quella del Fondatore, uguale a se stessa fin dal “big bang” che la espanse nel firmamento politico. La stella di Beppe Grillo, che in questi giorni non ha dimenticato un post per dare il proprio sostegno al regime castrista di Cuba, non è destinata a inabissarsi per una serie di ragioni, a cominciare da quella che sarà pur sempre l’astro divinatorio cui si ricorrerà per l’interpretazione autentica dello Statuto rinnovato e persino con qualche influenza (negativa) sul destino del Presidente. Secondo un meccanismo che presenta qualche farraginosità, ma che di sicuro, opportunamente oliato, darà i suoi frutti.

Il garante, all’articolo 12, resta infatti “custode dei valori fondamentali dell’azione politica del M5S” e, soprattutto, “ha il potere di interpretazione autentica, non sindacabile” delle norme statutarie. Una Sibilla alla genovese, insomma, con la postilla non indifferente che Egli, l’Elevato, “resta in carica a tempo indeterminato e può essere revocato” solo “su proposta deliberata dal Comitato di garanzia”. Però “all’unanimità, e ratificata da una consultazione in rete degli iscritti”. Ma, beninteso, “purché prenda parte alla votazione la maggioranza assoluta degli iscritti aventi diritto al voto”. Qualora gli iscritti non ratifichino, ad andarsene a casa (“con effetto immediato”) è il Comitato che ha osato sfidare il Garante.

Se, invece, ad andar via è il Presidente, al suo posto andrà il capo del Comitato di garanzia a sostituirlo: carica che – anch’essa – è ancora una volta nella piena disponibilità del Garante. Che cosa resti al Presidente, alla luce dello Statuto, è presto detto. Quella “piena agibilità politica” che stabilisce gli indirizzi, persegue le determinazioni, dichiari a pieni polmoni. Una visibilità a tutto tondo, si direbbe, che se sembra mettere l’ex premier nelle mani di Rocco Casalino, d’altro canto già comincia a esercitarsi in ogni luogo (preferibilmente social).

Vanno perciò letti in controluce i primi vagiti di questo nuovo corso. Ridare fiato e rianimare i Cinquestelle stravolti dalla guerra intestina, va bene. Farli contare di più nel governo, è una parola. Prendiamo gli alti lai sulla “riforma Cartabia”, culminati ieri con l’incontro tra Conte e Draghi a Palazzo Chigi. Si è passati in poche ore dalle dichiarazioni della vigilia, alcune davvero elettrizzanti (“non cancelleranno le nostre riforme, la nostra storia, daremo filo da torcere, la prescrizione non si tocca” e così via), a queste altre, raccolte all’uscita da Palazzo Chigi dopo i tre quarti d’ora circa dell’abboccamento. “Incontro proficuo e cordiale”, la prima. Pace fatta sulla giustizia? Macché. Si esce dal governo? Per carità. “Daremo tutto il sostegno a Draghi. Sul piano vaccini e lotta alla pandemia”.

Conte passava quindi a negare: una sua prossima (rischiosissima) candidatura a Primavalle; a confermare fiducia nei confronti del ministro Cingolani (poi si dirà); alla conferma dell’appoggio sul ddl Zan e ad assicurare “atteggiamento costruttivo”. Ma la giustizia? Ecco: “Abbandoniamo bandierine e posizioni ideologiche, ci rimettiamo all’attività parlamentare, miglioreremo la riforma”. In pratica, tutto qui. E se Draghi ponesse la fiducia per chiudere la partita entro agosto? “Non ne abbiamo parlato” (ne aveva parlato altrove, ma in sospetta concomitanza, la stessa guardasigilli Cartabia assicurando che la sua riforma “è già un compromesso e va approvata così com’è al più presto”).

Da questo sintetico spaccato di cronaca, a mo’ d’esempio, si può trarre qualche utile indicazione sul modus operandi del nuovo M5S: massima visibilità, minimo impatto. Anche perché, e qui si torna alle stelle, la terza è rappresentata dai fedelissimi grillini che sono al governo e parteggiano in maniera smaccata per SuperMario.

Uno di essi è il ministro D’Incà che ieri, non potendo dire molto altro di positivo, almeno ne rilevava la “massima importanza dell’incontro per il M5S”. Importante rassicurazione, soprattutto alla luce di quanto nel cammino delle commissioni lo stesso D’Incà aveva potuto rilevare giovedì scorso: quando, cioè, alla commissione Affari costituzionali erano stati bocciati due emendamenti su cui si era dichiarato contrario a nome del governo. Emendamenti proposti, guarda caso, dal Pd e da M5S, che riducevano il potere del ministro Cingolani sulla determinazione degli appalti semplificati per opere da finanziare con soldi del Pnrr. Battuta d’arresto presa non troppo bene da Cingolani, andato letteralmente su tutte le furie.

Quale sia l’agibilità politica rimasta al futuro presidente cinquestelle (ma sarà poi lui, la quarta stella?) è tutto da scoprire. Considerato che alcuni “governativi” del Movimento sostengono addirittura che “Beppe l’abbia mandato avanti per bruciarlo” (versione luciferina). E che l’Avvocato del Popolo, oltre a cercare un futuro per i parlamentari che lo seguiranno, pare già molto intenzionato a trovarne uno per se medesimo. E, indovina un po’, la strada più semplice per averlo sarebbe quella di riuscire a spedire Draghi al Quirinale, secondo il progetto iniziale. Riuscendo nell’impresa di tornare a Palazzo Chigi a fine gennaio, prima che la sua popolarità cali del tutto e subito dopo l'”elevazione” del premier sul Colle, per continuarne le gesta (e cantarne le lodi). Ma che sia Draghi, alla fine, la quinta stella?


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