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L'ex premier Giuseppe Conte

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Governo delle mie brame, chi è il più draghiano del reame? Sempre più rapiti dallo stile del premier che li mette in affanno, i leader della maggioranza rincorrono l’impossibile.

Ovvero: iscriversi all’inesistente “Pdd”, che non sarebbe un rafforzativo degli stenti del Nazareno, bensì il “Partito di Draghi”. Ieri è toccato a Enrico Letta autoproclamarsi il “più draghiano” della schiera ma, temiamo, solo per lucrare sul momento di difficoltà che attraversa Salvini, precursore nel genere di “annessione a sua insaputa”.

Segno che, anche quando vengono strigliati, i partiti non sanno o possono rinunciare allo scudo di questo governo. Chi manca, e sempre più mancherà, nella buffa gara innescata dal “dragonismo” è invece il presidente del M5S, Giuseppe Conte, che i più scettici tra gli ex sostenitori del “Vaffa” definiscono ormai, anche con una certa ingratitudine, il “Liquidatore”. Se lui non partecipa, ecco però iscriversi Di Maio, alla giostra, ricordando quanto sia “fondamentale la presenza del m5S al governo” e che “governare fa male al M5S”. Quanto, lo si vedrà presto: della diaspora s’è scritto, e scorreranno ancora fiumi d’inchiostro. Anche perché siamo ai movimenti tellurici e ciò che vien fuori dalla melma somiglia più a un soffione dei Campi flegrei che a un geyser.

Conte mercoledì dovrà dirimere, incontrando Cingolani, la querelle nata con il ministro della Transizione ecologica che Beppe Grillo fece passare per punto di forza 5S, mentre adesso si scopre essere piuttosto renziano, assai refrattario all’ambientalismo “radical-chic” e incline al nucleare: cosa che ha fatto letteralmente schiattare di rabbia le chat grilline. Se i governisti attendono l’incontro per poter guardare in faccia senza vergogna gli iscritti, tutti gli altri attendono il ritorno in campo di Alessandro Di Battista. In molti giurano che “ci stanno lavorando Casaleggio e un gruppo ristretto di parlamentari”.

L’esponente più amato dal popolo grillino potrebbe essersi ritirato dalle scene per qualcosa di ben diverso dalla versione ufficiale: vengono fuori trame risalenti alla metà dell’anno scorso, imperante Conte, quando dalla consultazione online agli Stati generali sarebbe emerso un dato strabiliante nelle preferenze, con Di Battista al 40 per cento e un Di Maio terzo, soppiantato anche da Dino Giarrusso.

Quel che è peggio, il direttorio capeggiato da Crimi, con l’implicito avallo dell’allora premier Conte, avrebbe preteso di secretare il risultato, rimasto a conoscenza soltanto del fondatore Grillo, di Conte, Casaleggio, Crimi, Lombardi, Cancelleri, Berti, Cominardi, Dadone. Fake o verità, la rivelazione riportata ieri da “il Giornale” finisce per confermare l’impressione di un MoVimento assai differente dall’immagine costruita ad arte. I gruppuscoli di ribelli aumentano di ora in ora – in Parlamento “Alternativa c’è”; un gruppo di consiglieri regionali ha varato “Partecipazione attiva”; a Napoli una lista è “Napoli in MoVimento” e così via – e sperano in “Dibba”. Quando scatterà l’“ora X” nessuno lo sa, di sicuro per le Politiche.

Ma già le prossime Comunali, intanto, decreteranno per il M5S la sparizione, volontaria o per mano degli elettori, da tantissime città. La spinta che l’ex premier Conte cerca di dare alle candidature più importanti sembra più la passerella di un marziano che una marcia trionfale. La prima uscita con Virginia Raggi a Roma, nella periferia di San Basilio, è stata un tonfo: mentre la sindaca si giocava il tutto per tutto, Conte faceva il democristiano fuori dalla sagrestia. Lei accusava i politici d’andare a cena dai Casamonica, lui deviava il discorso (“Chiudiamo la parentesi”); lei vantava di “non aver rubato un euro”, lui al vecchio slogan “onestà” sovrapponeva quello nuovo: “sincerità”.

Lei reclamava i suoi risultati, lui scambiava l’Ama per l’Atac e difendeva l’avversario Gualtieri: “E’ stato un mio buon ministro, anche se Virginia ha lavorato bene, magari con risultati a lungo poco visibili, ma merita la riconferma”. Ora se anche alla Raggi non resta che sperare nell’impegno che Dibba ha promesso di dare, Conte sarà sempre più calamitato verso l’accordo con il Pd, il “campo largo” promesso da Letta per le Politiche che verranno, quando verranno. Accordo ieri “benedetto” da Di Maio. Ma sempre che la pochette di Conte non sia già uscita dal taschino, e impossibile da ricacciar dentro.


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