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Il presidente del Consiglio Mario Draghi

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Nella riforma del catasto non c’è alcuna patrimoniale. Dalla Slovenia, dove si trova per il vertice Ue-Balcani e per il Consiglio europeo informale, il presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha replicato alla levata di scudi leghista contro la delega fiscale garantendo che sulle case, al plurale, non ci saranno aumenti.

«La casa non si tassa», aveva ribadito il leader del Carroccio, Matteo Salvini, all’indomani della decisione dei ministri leghisti di non votare la riforma in consiglio dei ministri. I due si vedranno nei prossimi giorni per un chiarimento faccia a faccia. La Lega insiste per togliere ogni riferimento al catasto dalla delega, ma al momento le rassicurazioni di Draghi sono state accolte con favore.

Per il premier, infatti, la riforma del catasto è «un’operazione di trasparenza». Eventuali interventi sulle tasse saranno quindi presi soltanto nel 2026, ha aggiunto il premier, sottolineando che secondo alcuni studi dagli interventi in molti potrebbero pagare di meno.  Tanta sicurezza deriva dal fatto che il testo della delega è molto flessibile. Sicuramente gli estimi catastali verranno rivisti, ma le aliquote verranno ritoccate. Proprio per questo, alla fine, non ci sarà varianza di gettito.

Le tensioni con il Carroccio, non avranno comunque ripercussioni sulla tenuta del governo. «L’azione di governo non può seguire il calendario delle elezioni», è la posizione con cui Draghi ha chiuso il discorso, garantendo che non ci sarà alcun aumento di tasse. Anche per non turbare il consolidamento della ripresa. Al Carroccio il testo della riforma concede un passaggio sul federalismo fiscale. Le addizionali regionali saranno sostituite da una sovraimposta sull’Irpef la cui aliquota di base può essere aumentata o diminuita dalle regioni entro limiti prefissati. Anche i comuni potranno lavorare sulle aliquote. In ogni caso ai comuni nel loro complesso sarà garantito un gettito corrispondente a quello attualmente generato dall’applicazione dell’aliquota media dell’addizionale all’Irpef. La differenza sarà a carico della fiscalità generale per non penalizzare i municipi del sud che operano su una base imponibile più stretta.

Anche il ministro Franco, nel corso di una audizione parlamentare ha insistito sulla lunghezza dei tempi nel tentativo di calmare le acque. «Per ora è un esercizio per capire lo stato del nostro sistema immobiliare», ha spiegato. Ma certo l’arricchimento del catasto sarà la base di una riforma. I valori di mercato – viene anche stabilito – dovranno essere costantemente aggiornati. Saranno invece calmierati per immobili storici, che i quali si dovrà tener conto – nei prezzi di mercato – che in alcuni casi la loro gestione è molto onerosa. La vera novità è però la necessità di aggiornare l’archivio con gli immobili e i terreni non dichiarati. L’Agenzia delle Entrate, che ha assorbito la vecchia agenzia del Territorio, insieme con i comuni andranno a caccia degli immobili “fantasma” ma anche di quelli che non rispettano la reale consistenza, la destinazione d’uso o la categoria catastale attribuita, in pratica chi ha una casa di lusso e la dichiara come se fosse una catapecchia.

Ma la vera anima della riforma, su cui poco si è soffermata l’attenzione in queste ore è la riduzione dell’Irpef per i ceti medi e il taglio del cuneo fiscale. La sintesi prevede un fisco più favorevole per i redditi tra 28mila e i 55mila euro e il superamento dell’Irap. L’impianto generale è orientato al contenimento del carico fiscale. Proprio per questo lo scoglio principale resta quello delle risorse visto che il documento condiviso dai partiti, nel suo complesso, prevede un costo complessivo di quasi 40 miliardi mentre attualmente la copertura è di appena tre miliardi. Il ministro Daniele Franco ha dichiarato che la riforma comincerà con le modifiche a costo zero.

Tuttavia è inevitabile che il problema dei costi diventerà il tema fondamentale.   Tanto più che, come ha dichiarato la sottosegretaria al Mef, Maria Cecilia Guerra il taglio al cuneo fiscale potrebbe già arrivare con la legge finanziaria del 2022. Il punto più qualificante della riforma è abbassamento dell’aliquota, oggi al 38% nella fascia di reddito 28.000-55.000 che raggruppa il maggior numero di contribuenti (circa sette milioni).

Prevista una forte flessibilità compreso l’assorbimento del bonus Renzi di 80 euro portati a 100 nel 2020. Anche l’Iva sarà semplificata e ridotta l’aliquota. Prevista l’abolizione dell’Irap. Pertanto le commissioni raccomandano un riassorbimento del gettito nei tributi attualmente esistenti, preservando la manovrabilità da parte degli enti territoriali e il finanziamento del servizio sanitario. Molto più duro il braccio di ferro attorno al superbonus. Il ministro ha chiarito continuerà a vivere ma non in eterno. «Se ciascun italiano fa domanda, per 30 milioni di unità immobiliari l’effetto sui conti e sul debito è stratosferico», ha insistito. Ai 5 Stelle però non basta.


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