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Sulla partita a scacchi apertasi sui vertici Rai, il Governo vince in due mosse. Il ministro dell’Economia e della Finanze, Daniele Franco, d’intesa con Mario Draghi, proporrà al consiglio dei ministri Carlo Fuortes quale amministratore delegato della Rai e Marinella Soldi quale presidente dell’azienda radiotelevisiva pubblica.

I nomi saranno portati successivamente all’assemblea dei soci Rai, che dovrà essere convocata dal nuovo Consiglio, la cui nomina sarà portata a termine mercoledì 14 luglio da Camera e Senato.

Mentre i partiti in Parlamento, su proposta dei Cinquestelle, rinviano le scelte dei quattro consiglieri di competenza di Camera e Senato, l’esecutivo anticipa le sue scelte e, nei fatti, ne impone la ratifica al nuovo vertice che deve essere ancora nominato. Nell’assemblea dei soci, che sarà convocata dal nuovo Cda, saranno formalizzate le scelte dell’esecutivo.

Le leggi esistenti sui vertici del servizio pubblico, è vero, potrebbero far sorgere qualche interrogativo sullo scacco matto portato da Draghi alla Rai dei partiti. Il presidente, ad esempio, per entrare in carica, dovrà ricevere il voto favorevole dei due terzi della commissione di vigilanza.

Difficile, però, pensare che si ripeta un altro caso “Monorchio”. Il cui nome era stato proposto dall’allora ministro Domenico Siniscalco quale presidente della Rai, durante il terzo governo Berlusconi: Monorchio venne “bocciato” da una maggioranza trasversale in commissione (votarono contro Monorchio anche cinque commissari del centrodestra). Sfiduciare Marinella Soldi sarebbe sfiduciare Mario Draghi, in una fase nella quale l’Italia dovrà ricevere dall’Unione europea finanziamenti senza precedenti nella storia del nostro Paese.

Le scelte del Governo in qualche modo ricordano quelle del governo Monti che, nel giugno 2012, designò Anna Maria Tarantola presidente della Rai e Luigi Gubitosi direttore generale dell’azienda radiotelevisiva. Nel luglio successivo le scelte vennero ratificate dalla maggioranza del Cda Rai e due giorni dopo dalla Vigilanza. Se qualcuno dovesse accusare Draghi di “interventismo” nella tv pubblica, dovrebbe ricordare che Monti non si limitò a designare i vertici, ma modificò l’equilibrio dei poteri nel vertice, grazie al meccanismo delle deleghe.

Un fatto è incontestabile: sia per l’azione dei governi, come quello di Monti e di Draghi, sia per la nuova legge sulla governance Rai voluta dal governo guidato da Matteo Renzi, che ha introdotto la figura dell’amministratore delegato, designato da Palazzo Chigi, la Rai è sempre più collegata alla sfera decisionale dell’esecutivo. Non a caso il Ministero dell’economia e delle finanze controlla il 99,56% del capitale Rai. Qualcuno potrebbe forse ricordare che vi furono sentenze della Corte Costituzionale che assegnarono al Parlamento e non al Governo il controllo dell’azienda pubblica. Qualcuno potrebbe però ricordare anche quella sistematica spartizione di reti, testate, direzioni e consociate effettuate dai partiti, dalla riforma del 1975 in poi.

Il nuovo vertice resterà in carica per tre anni (salvo eventi imprevedibili al momento) e dovrà pensare non solo alla gestione in una fase di contrazione delle risorse pubblicitarie, ma alla vera e propria transizione ormai avviata con il digitale e le reti a banda larga che, stanno modificando la domanda prima ancora che l’offerta di televisione. La tv e i suoi contenuti sono sempre più un prodotto pregiato per i canali in streaming: e in questo le scelte del Governo e del Parlamento dovrebbero tener conto di questa “Tv delle Reti”. Un nuovo scenario che Marinella Soldi, uno dei manager televisivi italiani con maggiore esperienza internazionale, ben conosce. Ma il presidente potrà avere deleghe solo per le relazioni esterne e istituzionali e per la supervisione del controllo interno (auditing). L’amministratore delegato, che può firmare tutti i contratti fino a dieci milioni di euro senza il parere del Cda, sicuramente terrà conto delle competenze del suo presidente.

Carlo Fuortes è un manager dell’offerta e della produzione culturale e ora, per la prima volta, deve affrontare con l’azienda uno scenario dove le tecnologie hanno un ruolo strategico. Il tandem, forse, funzionerebbe meglio di un “solista”. E il nuovo vertice dovrà ricordarsi non solo che nel 2022 scade l’attuale contratto di servizio ma che, soprattutto, nel 2027 scade la concessione del servizio pubblico alla Rai.


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