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Il ministro Renato Brunetta

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A tre mesi dal primo esame davanti alla Commissione europea, i ministeri risultano indietro sul programma per l’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza.

E il tabellone che dettaglia tutti i 51 interventi, tra riforme e investimenti, previsti entro il 31 dicembre – dal quale ne risultano centrati solo 13 – consente di valutare l’operato delle singole amministrazioni: chi ha fatto tutti i compiti assegnati, chi è a metà del programma, chi è rimasto indietro.

Nel complesso la performance è risultata deludente, facendo scattare l’allarme dal momento che senza la “spunta” su tutte le 51 caselle l’assegno con i 24,1 miliardi della prima rata del Recovery Fund rischia di restare a Bruxelles. Per ora – come emerge dalla relazione del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Garofoli, e del titolare del Mef, Franco – su 27 riforme in programma, se sono state definite solo 8 (il 30%), quanto agli investimenti ne sono stati attivati 5 su 24 (il 21%. Da qui a dicembre, quindi restano da attuare 19 riforme e 19 investimenti.

Il presidente del Consiglio ha imposto l’accelerazione, attraverso la convocazione di cabine di regia settoriali – coi ne seguirà una allargata agli enti locali – durante le quali i ministri dovranno dar conto dello stato di avanzamento degli interventi di propria competenza. Intanto, considerando le riforme, la classifica dei ministeri vede in testa quello della Pubblica amministrazione, che ne ha “conseguito” 3 su 3: Renato Brunetta ha “assicurato” le norme sulla governance e per la semplificazione delle procedure amministrative per l’attuazione del Recovery Plan e per l’assorbimento degli investimenti. Si vede a occhio nudo la differenza con il ministro delle Infrastrutture, Enrico Giovannini, dove sono 2 su 5 le misure approvate che mirano all’accelerazione degli iter per i progetti per il trasporto pubblico locale e ferroviario. In stand by, tra le altre, quella che riguarda la velocizzazione del via libera al contratto tra il dicastero e Rfi.

Quanto alle altre tre riforme “chiuse”, una fa capo alla Presidenza del Consiglio dei ministri – Segretariato generale e riguarda la semplificazione degli appalti, un’altra di competenza della Pcm stavolta in collaborazione con il ministero per la Transizione digitale contempla i processi di acquisto per l’Ict. Completata anche la riforma sulle Zes assegnata al ministero del Sud. Al palo tutte le altre e tra gli interventi appesi, ci sono quelli sull’università (Miur), per la riduzione dell’evasione fiscale e la spending review (Mef), per la formazione professionale (Lavoro).

Per gli investimenti più che una graduatoria si può stilare l’elenco di chi ha fatto i compiti – anche solo in parte – e chi no. La ministra Cartabia ha messo a punto il suo, relativo alle assunzioni per i tribunali civili, penali e amministrativi. Il rifinanziamento del Fondo Simest per l’internazionalizzazione delle Pmi fa capo al ministero degli Esteri, mentre l’implementazione dei progetti Ipcei sulla microelettronica al Mise di Giorgetti.

Brunetta ha avviato la macchina per le assunzioni di esperti per l’attuazione del Pnrr e, dal Mite, Cingolani la proroga del Superbonus. Anche alla voce investimenti l’elenco degli interventi da attivare è ancora lungo e comprende, tra le altre cose, il finanziamento per i bus elettrici, il fondo per l’imprenditoria femminile e le risorse per sostenere la competitività delle attività turistiche, i progetti per l’economia circolare, la gestione dei rifiuti e contro i rischi idrogeologici e per l’ammodernamento del parco digitale degli ospedali. Ci sono poi i crediti d’imposta Transizione 4.0 e tanto altro ancora. E all’appuntamento con Bruxelles mancano poco più di 100 giorni.


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