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Secondo il rapporto Ocse Pisa (Programme for International Student Assessment), sono ancora molti i divari e gli stereotipi che incidono sul livello di apprendimento scolastico degli adolescenti.

Un dato che salta all’occhio – e non stupisce – è che gli studenti con alti livelli di apprendimento non mostrino ambizioni di carriera, se provenienti da condizioni socioeconomiche svantaggiate: un problema che riflette l’incapacità del nostro sistema scolastico e sociale di fornire a tutti i ragazzi le stesse possibilità, gli stessi sbocchi, indipendentemente dal loro contesto sociale in cui nascono e crescono.

Il contesto classista, in cui certe differenze creano inevitabilmente rapporti di diseguaglianza, permette la diffusione di ulteriori sbilanciamenti. Il rapporto di quest’anno mette ulteriormente in evidenza questo gap, che è rappresentato anche dal distacco tra Nord e Sud e, soprattutto, dagli stereotipi di genere: a fronte di una generica diminuzione della capacità di tutti gli studenti italiani di elaborare testi complessi (solo il 5% raggiunge il livello di top performer, mentre il 77% è stabile al livello low performer), risalta la bravura delle ragazze, che nella lettura superano per capacità i compagni, distaccandosi di 25 punti.

È interessante notare che, pur essendo in percentuale più numerosi i ragazzi bravi nelle materie scientifiche, siano in realtà le ragazze a totalizzare i punteggi più alti. Questi non sono altro che i risultati e la prova della presenza di strascichi di una cultura masschilista che allontanava le donne dalle materie scientifiche e le dissuadeva dall’intraprendere carriere ad esse correlate.

Negli anni, sono state anche avallate teorie e finanziati studi e ricerche col fine di dimostrare che il cervello di un maschio e una femmina elaborassero le informazioni in modo diverso, privilegiando un campo di studi e ambito lavorativo diverso e più idoneo sulla base delle differenze biologiche.

In realtà, secondo un rapporto pubblicato lo scorso luglio, tra gli atti della National Academy of Sciences, è stato condotto uno studio a riguardo dagli economisti Thomas Breda della Scuola di Economia di Parigi e Clotilde Napp del Centro nazionale francese per la ricerca scientifica; secondo le loro ricerche, il cervello di bambini e bambine reagisce in modo identico di fronte a un problema matematico. Quindi, a quanto pare, le differenze non sembrano essere biologiche ma sociali: finché il bambino non entra nell’età in cui le distinzioni di genere dettate dalla società lo influenzano, ha le stesse possibilità di approcciarsi ad ogni materia a prescindere dal genere.

I dati dell’Ocse affermano, infatti, che tra gli studenti con alto rendimento in matematica e scienze, un ragazzo su quattro si aspetta di lavorare in ambito tecnologico o scientifico entro i trent’anni, mentre tra le ragazze il rapporto è una su otto. Il ché significa che le ragazze non vengono stimolate o incoraggiate ad approfondire lo studio in campi scientifici, mentre vengono indirizzate principalmente verso la letteratura, dove appunto riescono a eccellere.

Non c’è da stupirsi, d’altronde, perché oltre allo stimolo mancano anche gli esempi che possano ispirare le ragazze, non solo a intraprendere carriere scientifiche o economiche, ma anche a raggiungere i vertici nel loro campo; questo perché gli esempi più diffusi riguardano professionisti maschili, con cui poco possono identificarsi.

Sono numerose, invece, le donne di successo del Sud Italia che hanno superato i limi imposti dal gender gap e dal “sud gap”: Pina Amarelli, per esempio, è l’imprenditrice a capo dell’azienda omonima, la “lady liquirizia” i cui prodotti sono noti in tutto il mondo, Lucia Votano è una fisica calabrese che ad oggi è dirigente di ricerca associata all’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) e si occupa di fisica astro-particellare e in particolare di neutrini. E ancora: Sandra Savaglio, l’astrofisica che è comparsa sulla copertina del Times nel 2004 e di recente è intervenuta al convegno “Sud e Futuri” per parlare proprio della sua esperienza come scienziata del sud Italia, che per anni è stata un “cervello in fuga” e solo adesso ha avuto la possibilità di tornare alle sue terre d’origine per investire nella ricerca scientifica.

Nel suo intervento, ha anche denunciato le problematiche e l’enorme divario che separa l’Italia dal resto del mondo, soprattutto riguardo la parità di genere, che in Italia ancora non è considerato un obiettivo prioritario da raggiungere e conquistare.

Quello che emerge da queste notizie- e da questo impegno collettivo per risollevare il Sud Italia- è che c’è un’ondata di cambiamento in arrivo e tanta voglia di stravolgere il sistema, nonostante limiti politici e burocratici. Non possiamo lasciarci frenare da culture retrograde e stereotipi arcaici, dobbiamo investire nella ricerca e, soprattutto, investire nelle donne e non lasciare che un potenziale talento venga sprecato o addirittura soppresso perché lo studente ha la “sfortuna” di nascere di genere femminile.

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