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Con la ripartenza della scuola, torna a incombere lo spettro del bullismo. I distanziamenti imposti dall’emergenza sanitaria e la diffusione della didattica da remoto presentano nuove sfide su questo fronte, come spiega al Quotidiano del Sud la dott.ssa Maria Cristina Passanante, psicologa specialista in Psicologia Giuridica, membro del comitato tecnico-scientifico del portale “Psicologia in Tribunale”.

Dott.ssa, ci dia qualche dato sulle vittime di bullismo…

Purtroppo, circa il 50% degli studenti, tra gli 11 ed i 17 anni, è stata vittima di episodi di bullismo. La maggioranza dei casi si riscontra nella fascia d’età tra gli 11 e i 13 anni, e colpisce in percentuale maggiore la popolazione femminile. Anche il 20% dei maschi è bullizzato, e tra questi il 9% subisce soprusi a cadenza settimanale. Il bullismo è un fenomeno che ha una più alta incidenza nel Settentrione.

Se ne parla tanto, ma pochi sanno definire esattamente il fenomeno. Per cosa si caratterizza?

Per un accentuato squilibrio di potere, tale che la vittima tende a subire passivamente senza riuscire a difendersi.

Quali dinamiche psicologiche portano le vittime a non volerne parlare?

Come la maggior parte delle vittime di traumi, anche la vittima di bullismo tende a non condividere l’esperienza, per paura, per la convinzione distorta di avere una responsabilità per quanto è accaduto o non aver adeguatamente reagito alla violenza, per vergogna, ecc.

C’è ritrosia a parlarne anche con i genitori?

Probabilmente a causa dei nuovi tipi di legami all’interno delle famiglie moderne, fortunatamente circa il 42% delle vittime di bullismo si confida con i genitori. La scuola invece fatica ancora a rappresentare per i ragazzi un punto di riferimento all’interno del quale parlare dell’accaduto e confidarsi.

Quale consiglio sente di rivolgere a un bambino o a un adolescente che subisce soprusi da parte dei compagni di classe?

La raccomandazione primaria da fornire ai ragazzi è sempre quella di agire. Al di là della paura, che coinvolge tutti, è sempre necessario segnalare ai docenti, ai presidi o ai genitori, i fenomeni di bullismo e cyberbullismo di cui si è spettatori a scuola.

Consigli ai genitori, invece?

È necessario che i genitori osservino e dialoghino con i propri figli, cogliendo segnali di cambiamento che si manifestano sempre in questi casi, in modo da poter intervenire prontamente. Possono anche informare la scuola e le istituzioni e, nei casi più gravi, denunciare l’accaduto alle autorità per tutelare i propri figli.

Come interviene la psicologia giuridica nei casi di bullismo?

Gli psicologi giuridici, insieme ai legali, seguono questi casi e sono in grado di valutare quanto il maltrattamento subito abbia rappresentato un danno per il proprio figlio. La consulenza tecnica psicologica prevede una valutazione per determinare il danno di natura psichica che metta in evidenza le modificazioni dell’assetto psico-fisico e socio-relazionale della vittima. Sul nostro portale, PsicologiainTribunale.it, è possibile trovare una Rete di specialisti e di servizi che si occupano di questi casi.

In un contesto di distanziamenti nelle scuole causa Covid, come cambia il fenomeno del bullismo?

In questo periodo, se da una parte i ragazzi vittime di bullismo hanno potuto evitare il contatto diretto con gli aggressori, dall’altra si sono affermate nuove forme di cyberbullismo durante le lezioni da remoto. Nelle lezioni online si sono sviluppate forme di esclusione delle vittime, per esempio dalla diretta Skype, o prese in giro sul gruppo WhatsApp della classe, sempre attivo, durante la lezione, e non visibile all’insegnante. La caratteristica della diffusione incontrollata sul web crea angosce distruttive nella vittima e un’incapacità a far fronte ai sentimenti di vergogna e esposizione al gruppo.

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