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Luciano Monti, prof. Luiss, coordinatore scientifico della Fondazione Visentini

Tempo di lettura 5 Minuti

Una “chiamata alle armi”, ma forse sarebbe più corretto dire, alle competenze, dei giovani più meritevoli in Italia, quelli che hanno un curriculum studiorum di indiscutibile valore, quelli che, senza la pandemia, sarebbero migrati dal Sud al Centro o al Nord Italia o all’estero per iniziare a lavorare. Cervelli in potenziale fuga, insomma, da formare velocemente a distanza in questi mesi in cui il Covid ancora impone limiti alle nostre vite e attività, per arruolarli in una task force nazionale che avrà il compito di dare gambe ai progetti che l’Italia presenterà alla Commissione Europea per i fondi Next Generation EU.

Ad avanzare la proposta, condivisa con altri docenti, è Luciano Monti, professore alla Luiss, coordinatore scientifico della Fondazione Visentini, che in modo chiaro afferma che non pensa “ad altri “navigator”, né ad altre task force di super esperti, ma a migliaia di giovani, i nostri migliori cervelli, «che dovranno essere selezionati, tramite bando, avere competenze molto trasversali, essere formati ad hoc, con la prospettiva di un percorso di carriera stabile, non a termine, perché costituiranno un patrimonio per l’Italia». «Giovani under 35 – auspica Monti – che per la prima volta, complice la pandemia, possiamo tenerci noi e che sanno immaginare il loro futuro».

Una proposta innovativa, molto diversa da quella che a settembre il Ministro Fabiana Dadone aveva illustrato nel corso di un’audizione, profilando assunzioni di dipendenti pubblici qualificati a supporto della gestione delle risorse del Recovery Fund. Il reclutamento dei cervelli per gestire i fondi del Next Generation Eu viaggia parallelamente a due altri aspetti inscindibili fra loro, osserva Monti: «Il primo è il risultato del Rapporto Svimez, che conferma come il divario generazionale si sia acuito fra Nord e Sud, confermando quanto denunciavo a maggio. Se il Covid non è stato una livella, nel mercato del lavoro, anzi ha allargato le distanze con effetti asimmetrici a livello nazionale sui giovani e sulle donne, al Sud il gap è stato più forte». L’altro aspetto «è il Patto per l’Occupazione 2020 che ancora non esiste».

Lei sostiene che i tre temi, divario generazionale, Patto per l’occupazione giovanile e Next Generation EU sono strettamente legati. Qual è la sua idea?

Rispondo con i dati del Rapporto Svimez. La variazione dei non occupati che non studiano e non lavorano, i cosiddetti NEET, nel Mezzogiorno è stata di +141 mila dal terzo trimestre 2019 al terzo trimestre 2020, un dato impressionante se si pensa che l’aumento è stato di 153 mila in tutta Italia. Il tasso di occupazione giovanile 15-34 anni al Sud è crollato al 27,1%, l’anno scorso era 29,5%. Soltanto un giovane su 4 al Sud è occupato, contro il 46% del Centro-Nord, ovvero quasi un giovane su due. È evidente che se il Patto era urgente, adesso diventa urgentissimo. E dev’essere a 360 gradi, un patto che affronti tutte le dimensioni di vita, a partire dalla scuola, dalla quale il giovane deve uscire con le nuove competenze che saranno richieste. L’occupazione va intesa in senso lato, con la rimozione di tutti gli ostacoli e del divario generazionale per cui da anni mi batto, legandola alla progressione dello sviluppo economico, sociale e individuale dei giovani in una vita. Il Patto si deve occupare per esempio che un giovane abbia anche un luogo dignitoso dove poter vivere e lavorare e lo smart working apre a tutta una serie di considerazioni.

Il Patto è stato al centro dell’evento nazionale dell’Asvis – l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile – sull’Agenda 2030 alla Luiss. Cosa è emerso?

Come coordinatore del gruppo di Lavoro sul Goal 8 di Asvis, nel Rapporto sulla Sostenibilità, a ottobre, con il Portavoce Enrico Giovannini, abbiamo chiesto al Governo, insieme a Cgil, Cisl e Uil, di predisporre il Patto, a fronte della crisi pandemica. Il Patto sarebbe dovuto entrare in vigore nel 2020. Abbiamo avuto 5 anni per farlo e non lo abbiamo fatto, ma non significa che sia una partita persa. Se l’Agenda 2030 ha posto quest’obbiettivo al 2020, unitamente alla riduzione dei Neet, significa che è urgente. Continueremo ad invocarlo finché non verrà fatto. È un peccato che la Legge di Bilancio 2021 non abbia alle spalle la regia di un Patto per l’Occupazione Giovanile.

C’è un tavolo aperto su questo?

No, e questa è un’ulteriore prova che per i giovani si dice tanto, ma si fa poco. Accade perché siamo dentro una vetero democrazia, dove gli interessi prevalenti sono quelli delle persone più avanti negli anni. Siamo la seconda popolazione al mondo più vecchia e solo al Mezzogiorno se ne sono andati via centinaia di migliaia di giovani. Serve una visione che vada oltre e guardi alle future generazioni, una delle quali neanche vota.

Come può intervenire il Next Generation EU?

Può essere la vera svolta. Ricordo che è definito come “Dispositivo di ripresa e resilienza”. Significa fare in modo che nel 2030 tutti si viva un’economia più florida, più competitiva, più intelligente e quant’altro. L’Europa ci dice di utilizzare questi fondi in una prospettiva di medio lungo termine, con una visione. Ci propone di costruire qualcosa di nuovo per le generazioni che oggi vanno a scuola.

Lei sta preparando un Manuale d’uso.

Sì, sto scrivendo un manuale per la Luiss sulla programmazione di 500 pagine, che sarà pronto per gennaio, dove cerco di illustrare questa sfida. La proposta che abbiamo maturato non è tanto di occuparsi ora della destinazione dei fondi, ma con quale risorse umane gestiremo questi soldi. Sempre lo Svimez ci dice che, sebbene con miglioramenti nella spesa nel 2020, restano da spendere 50 miliardi di fondi europei 2014-2020. La domanda è come farà il Mezzogiorno in particolare, le cui regioni hanno fatto fatica a spendere qualche decina di miliardi, a spendere buona parte dei 209 miliardi destinati all’Italia, di cui sarà destinatario il Sud? Di qui la proposta: “chiamare alle armi” giovani e laureati under 35, con alte competenze trasversali, selezionarli con un bando, formarli, in questi mesi a distanza, e fare delle task force, che vanno poi sul territorio. Accanto a questo occorre selezionare all’interno delle pubbliche amministrazioni i funzionari più esperti in materia, facendo anche a loro una nuova formazione, perché possano fare mentoring sui giovani. Mentre si decide quali saranno le priorità per aprile – maggio per il Next Generation EU e per il fondo di resilienza, occorre preparare migliaia di persone. Non si può pensare che possano bastare le gare di consulenza per dare assistenza tecnica.

Quindi chiediamo ai nostri cervelli di accettare la sfida del NEXT GENERATION EU?

Sì, assolutamente, teniamoci i nostri cervelli e valorizziamoli, prepariamoli per una professione di carriera nel tempo, remuneriamoli adeguatamente, perché questo ci manca e questo l’Europa ci sta chiedendo, nel momento in cui domanda chi sarà messo in gioco per spendere tutte queste risorse. Con questi cervelli potrà rinascere l’Italia e il Sud.

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