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Giuseppe Giannini

Tempo di lettura 4 Minuti

UNA vita in giallorosso. Prima bandiera e capitano di una Roma altalenante e poco ambiziosa, nell’era di passaggio da quella di Falcao e Bruno Conti a quella di Totti e Batistuta. Poi la ribalta, a fine carriera e sempre in giallorosso, protagonista di due promozioni in A e in B con il Lecce come giocatore e poi con il Gallipoli come allenatore, che per certe piazze valgono come uno scudetto vinto. In mezzo l’azzurro della Nazionale, onorata per lunghissimi anni, e una piccola parentesi nel Napoli di Mazzone, giusto il tempo di fare un goal in Coppa Italia contro la Lazio.

Giuseppe Giannini è stato uno dei centrocampisti più forti del calcio italiano. Elegante e raffinato (da cui il soprannome di principe), regista svelto nel pensiero e veloce nelle gambe, dotato di grande capacità d’inserimento con un innato fiuto del gol: poco meno di 100 reti segnate in carriera nell’arco di 600 partite da professionista.

«I giovani? È giusto che crescano in società ben organizzate, che diano loro la possibilità di giocare e crescere all’ombra dei campioni, come capitò a me con Falcao. Vedo molta confusione in Serie A, campagne acquisti che spesso non hanno molto senso, con pseudo campioni provenienti chissà da dove. Il movimento calcistico italiano deve far crescere una sua “cantera” e la Serie B può essere la palestra ideale», racconta Giannini al “Quotidiano del Sud”.

La Serie B quest’anno potrà essere una rivelazione in termini di spettacolo, vista la caratura delle partecipanti?

«Certo. In particolare al Sud ci sono squadre forti e società solide. La Reggina sta facendo uno squadrone, Salernitana e Lecce lotteranno per la promozione. E anche scendendo di categoria troviamo Bari, Foggia, Palermo e altre piazze importanti che vogliono tornare nel calcio dei grandi. Associamo il calcio con la Serie A ma è tra i cadetti che si devono coltivare i campioni di domani. Specie in un momento in cui bisogna rifar appassionare la gente per via degli stadi chiusi».

Che calcio è questo in epoca di Covid-19?

«Brutto e falsato. Si gioca in un clima surreale, come fossero delle amichevoli. Mi ricorda la mia esperienza di allenatore in Libano con le partite che si giocavano a porte chiuse per problemi politici e per prevenire attentati terroristici. L’unico timore che finora conoscevamo era quello delle curve avversarie che, in tante circostanze, rappresentavano davvero il dodicesimo uomo in campo. Speriamo di tornare presto alla normalità. Questo non è calcio».

Un grande talento della Roma e del calcio italiano, Zaniolo, ha subìto un altro brutto infortunio, non ci voleva.

«No, non ci voleva, perché Nicolò è davvero un fuoriclasse. Ma è giovane e si riprenderà. Ha il carattere e la forza per rialzarsi anche stavolta».

C’è stato un infortunio che ha rischiato di compromettere o bloccare per un momento la sua carriera?

«Per fortuna no. Ma non le elenco gli ematomi e le distorsioni. Noi calciatori con il dolore ci conviviamo, a forza di antidolorifici spesso stringevamo i denti. In Nazionale giocai con una costola incrinata pur di non mancare la convocazione».

A proposito di Nazionale, sono passati 30 anni dalle Notti Magiche di Italia 90.

«Era una squadra fortissima, non so se avremmo meritato la coppa, ma di giocare la finale sì. Purtroppo a Napoli contro l’Argentina è andata come sappiamo tutti…».

Se non fosse stato sostituito a pochi minuti dalla fine dei tempi regolamentari avrebbe calciato il rigore e forse staremmo qui a raccontare un’altra storia.

«Sì, lo avrei battuto, sarei stato tra i cinque rigoristi, era già deciso. A volte ci penso, certo. Ma recriminare non serve a niente».

In un momento chiave della sua carriera, alla fine degli anni 80, rifiutò il passaggio alla Juventus. L’Avvocato Agnelli avrebbe fatto carte false pur di portarla a Torino.

«C’era un assegno in bianco ad attendermi. Ma la mia fu una scelta di vita, e non ho rimpianti. Essere capitano e trascinatore della squadra che ho sempre amato mi investiva di una responsabilità enorme. Avevo l’ambizione di poter vincere a Roma, o comunque di lasciar scritto il mio nome tra le glorie che hanno vestito quella maglia. Ho vinto poco, molto poco purtroppo. Ma i tifosi e la città mi riconoscono ancora oggi tanto amore. E le assicuro che, quando i riflettori si spengono, quell’affetto e quella gratitudine valgono più di un trofeo in bacheca».

Anche con Lecce è rimasto un legame forte.

«Con la Puglia tutta e con il Salento in particolare dove, prima come giocatore e poi come allenatore, ho contribuito a due promozioni, prima il Lecce in A e poi il Gallipoli in B. Con Moriero e Miccoli oggi mi lega una profonda amicizia e sto partecipando alle loro iniziative di solidarietà al fianco delle famiglie più bisognose. Il calcio mi ha dato molto e mi sembra il minimo poter restituire qualcosa, anche fosse solo una maglia messa all’asta per raccogliere fondi».

Non pensa che il calcio dovrebbe tornare ad appropriarsi di quella dimensione romantica d’altri tempi?

«Assolutamente sì. Mi auguro si possa andare in quella direzione, perché il pallone vive dell’attaccamento e della passione dei tifosi, i quali vogliono vedere sudore e appartenenza. Se cambi dodici giocatori ogni anno tradisci quel patto di fiducia che si crea tra il tifoso e la sua squadra del cuore, quella fedeltà che non può prescindere in un patto d’amore. Il calciatore deve fare del senso di appartenenza ad una maglia un valore reale, sul quale costruire la sua carriera. Deve sentire sul petto il peso dello stemma che porta».

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