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È VERO, organizzare le lezioni online per gli universitari è stato più facile rispetto alla gestione “informatica” degli studenti delle scuole primarie e secondarie. Ed è anche vero che modalità e tempistiche di ripartenza del mondo accademico sono già in fase di definizione; ma ci siamo chiesti quanti dei diplomandi sceglieranno di proseguire gli studi a settembre, considerando che la pandemia non è destinata a sparire con uno schiocco di dita?

Nella migliore delle ipotesi, i liceali che conseguiranno il diploma alla fine dell’anno scolastico corrente si iscriveranno alla sede universitaria più vicina al loro luogo di residenza. L’alternativa, per la parte economicamente più svantaggiata delle ragazze e dei ragazzi che prenderanno il diploma nel 2020, è quella di mettersi a cercare subito lavoro: missione quasi impossibile, visto che si troveranno in concorrenza con tutti quelli che il lavoro lo avevano e lo hanno perso a causa della chiusura di tante attività. L’altra posizione è quella dei fuori sede, che, date le limitazioni alla libertà di movimento in vigore oggi e quasi certamente anche nel futuro prossimo, con tutta probabilità saranno i primi a diminuire. Se consideriamo poi che il 23% dei residenti nel Mezzogiorno va a immatricolarsi negli atenei del centro-nord, la prospettiva pare ancora più oscura.

D’altronde, che prima lezione universitaria sarebbe quella seguita in una stanza ancora sotto sopra per il trasloco di una città nuova, davanti ad uno schermo di computer che ti impedisce di conoscere qualche sconosciuto e commentare con lui il tono noioso del prof di analisi 1? Dove finirebbe quell’erotica dell’insegnamento di cui parla Massimo Recalcati nel suo libro “L’ora di lezione”? Questo “distacco sociale da schermo” costituisce un fattore di timore anche per chi deve decidere se iscriversi all’ateneo dietro casa, sia ben chiaro. Se generalmente molti degli indecisi che finiscono le superiori senza un’idea precisa del loro futuro, alla fine decidono di provarci optando per la facoltà che pensano possa interessargli un po’ di più delle altre, quest’anno ci penseranno due volte ad intraprendere un percorso accademico dalla scrivania di casa, magari con la sorella minore nella stessa stanza che sta al telefono con le amiche tutto il pomeriggio.

Insomma, le immatricolazioni rischiano di crollare vertiginosamente: il Ministro dell’università e della ricerca Gaetano Manfredi ha detto di temere che il 20% degli studenti già iscritti abbandonino i corsi. Una soluzione potrebbe essere implementare uno degli strumenti anticrisi recentemente più utilizzati: il prestito finanziario. In altre parole, un incentivo da destinare agli studenti garantito dallo stato e da restituire a fine studi quando si comincia a lavorare. Per l’Italia sarebbe qualcosa di nuovo, ma negli Stati Uniti, ad esempio, i prestiti universitari sono all’ordine del giorno (anche se, a volte, si tramutano in un’arma a doppio taglio). Nei paesi dove l’istruzione universitaria è per lo più privata, i grandi atenei hanno già suonato l’allarme, come uno dei settori economici che possono essere colpiti dalla crisi: le università britanniche potrebbero perdere quest’anno 230mila studenti scrive il quotidiano The Guardian, e chiedono un bailout, cioè un intervento per salvarle dalla bancarotta, di almeno due miliardi di sterline. Il sistema italiano, che poggia sull’università pubblica, sarebbe in condizioni migliori per reggere il colpo: benché finanziato sempre meno, il sistema pubblico non è così fortemente esposto alle oscillazioni della domanda di mercato, ossia dal numero di studenti che pagano per iscriversi ai corsi di laurea.

Ma se gli atenei possono reggere, lo stesso non può dirsi degli studenti. Perché purtroppo la crisi “multidisciplinare” – sanitaria, economica, finanziaria, sociale, psicologica e chi più ne ha più ne metta – ha ripercussioni anche sull’istruzione: l’impoverimento materiale delle famiglie causato dalla crisi del 2008, ad esempio, ha determinato (insieme ad altri fattori, come la riforma universitaria cosiddetta “3+2”) la costante discesa della curva delle immatricolazioni fino al 2013, che sono passate da poco più di 307mila a poco più di 270mila. In poche parole, negli anni della lunga crisi economica (su per giù dal 2008 al 2013), le famiglie italiane hanno disinvestito sull’istruzione universitaria, e per quanto si sia poi un po’ recuperato, non siamo ancora tornati ai livelli di partenza. La cosa è ancora più grave se si considera che in Europa l’Italia è ancora agli ultimi posti per quanto riguarda la percentuale di persone laureate rispetto alla popolazione.

Nella fascia d’età 30-34, la quota di italiani in possesso di una laurea è del 27,6 per cento (l’Italia è penultima nell’Unione europea, seguita solo dalla Romania). Insomma, il mondo accademico ha bisogno di una mano e un’idea potrebbe essere quella di inserire fra i fondi di sostegno già implementati o in fase di implementazione un prestito da destinare agli studenti universitari, che consentirebbe loro di fronteggiare non solo le tasse ma anche le spese legate ad affitti, spostamenti e mantenimento. Questo prestito dovrebbe essere concesso a tassi agevolati, destinato solo a chi proviene da famiglie al di sotto di un certo reddito e patrimonio – con soglie che tengano conto del ceto medio-basso e del numero dei figli, ma non limitate, come gli attuali rari aiuti allo studio, solo ai poverissimi –, vincolato alla frequenza e alla regolarità degli studi.

La sua restituzione, come avviene nei sistemi anglosassoni, dovrebbe essere prevista non al termine degli studi, ma al momento in cui si comincia a lavorare e ad avere un salario decente. Sarebbe un modo per far entrare denaro nelle tasche dei più giovani, e investire sul loro futuro, perché si sa, il bene più prezioso sono le teste pensanti.

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