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Con l’epidemia le scuole sono stati tra i primi spazi ad essere stati chiusi e, nel corso di questi mesi, pare che gli studenti siano spariti tanto dalle aule quanto che dal dibattito pubblico. La volontà di riaprire e risanare l’economia nazionale hanno finito per trascurare tutta una serie di questioni relative all’educazione, cosicché gli unici riferimenti rilevanti che sono stati fatti in merito sono stati rispetto alla “didattica a distanza”, più volte proposta come modalità alternativa alla classica formazione scolastica. Nonostante l’entusiasmo della ministra Azzolina nel proporla, appare chiaro come questa forma di insegnamento presenti criticità di tipo concreto ed ideologico.

Da un punto di vista meramente applicativo, la DaD funziona realmente solo per quelle famiglie che hanno la possibilità di disporre di mezzi tecnologici sufficienti, spazi casalinghi adeguati ed una situazione familiare ottimale che consenta loro di beneficiare di questo sistema. La situazione dei più piccoli risulta ancora più critica, essendo differenti le esigenze di un adolescente rispetto a quelle di un bambino con necessità di maggiore interazione fisica e confronto diretto. Nonostante se ne sia parlato poco, differente è poi la circostanza degli studenti portatori di disabilità o con particolari bisogni educativi, come di tutti coloro che necessitano di essere seguiti con maggiore attenzione. Considerando poi la finalità dell’istruzione, appare chiaro come questa modalità sia soprattutto insufficiente a sopperire all’assenza di una dinamica di apprendimento che non si riduca ad una conoscenza meramente nozionistica.

La socialità, di tipo orizzontale (tra allievi) o verticale (con i docenti), è infatti una componente fondamentale e necessaria a fini realmente formativi, ossia in grado di garantire una crescita che sia tanto intellettuale quanto etica e che contribuisca al sorgere di una coscienza civile e politica. L’insegnamento in presenza non è perciò in alcun modo intercambiabile con quello a distanza che appiattisce il processo educativo ad una sua forma sterile e ridotta. Questo sistema risulta pertanto inadeguato, mostrando piuttosto gravi disuguaglianze nell’accesso all’istruzione che si risolvono necessariamente con l’esclusione o l’emarginazione dei più fragili, che si tratti di coloro i quali non dispongono di strumenti informatici adeguati o di chi necessita di contatto diretto. Adesso, con la riapertura, pare che le scuole saranno tra gli ultimi spazi a poter riprendere un corretto funzionamento e non è chiaro con quali modalità. Se durante la fase emergenziale del contagio l’intero sistema nazionale ha dovuto necessariamente adeguarsi a scenari alternativi, rendendo necessaria la DaD, preoccupa adesso la prospettiva di una scuola sempre più improntata sul modello “da remoto” ed una pervasiva estensione di modalità di insegnamento a distanza.

La pandemia ha evidenziato le mancanze ed i danni che l’istruzione ha accumulato in anni di politiche di tagli, ma l’assenza di soluzioni in grado di rispondere alle reali esigenze dell’istruzione è sintomatica di una mancanza di pensiero e di capacità critica rispetto a quella che, di fatto, non viene considerata come una risorsa. Ad inizio della fase due si è infatti sottolineato come la riapertura delle scuole potesse portare ad un pericolo di nuovi contagi, ma la medesima cautela non sembra essere stata applicata alla ripartenza delle attività produttive. Il possibile impatto che il sistema scolastico potrebbe avere sul diffondersi dell’epidemia è stato del resto calcolato in base ad uno scenario pre-crisi, senza pertanto tenere conto di misure che migliorino l’ambiente scolastico. Del resto, tali misure appaiono pressappoco inesistenti. Il Ministero dell’Istruzione ha da principio elogiato la celerità con cui ha ritenuto di essere riuscito ad adattare le esigenze educative alla difficile situazione epidemiologica, palesando una grave cecità politica davanti al reale stato delle cose. Nuovi finanziamenti alla scuola, per ora, non ce ne sono. L’esigenza di mantenere il distanziamento sociale ha portato la ministra Azzolina, mostratasi scettica rispetto alla possibilità di organizzare doppi turni di lezioni o sdoppiare le classi, a proporre “pannelli in plexiglass nelle aule a compartimentare i banchi”. Come non ci si è sincerati che il sistema educativo emergenziale funzionasse correttamente, così pare che si stia ancora affrontando la questione della scuola come se non costituisse un bene essenziale.

Sarebbe importante considerare che non tutti i valori sono quantizzabili in termini strettamente economici e che il sapere non dovrebbe essere visto esclusivamente in modo direttamente finalizzato all’inserimento sul mercato del lavoro. Un momento difficile può divenire occasione di riscatto e trasformazione di un sistema inadeguato, ma può anche correre il rischio di giustificare gravi incompetenze e le conseguenze da questo generate. Uno scenario di crisi è per definizione una situazione passeggera e ci si augura che non divenga occasione per cristallizzare un tipo di educazione che pecca di risorse e di buonsenso.

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