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Una classe vuota

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«Prima le elezioni, poi l’allerta meteo e infine la chiusura. A oggi avremo fatto cinque/sei giorni di didattica dal vivo. Diciamolo francamente: l’anno scolastico, di fatto, non è ancora iniziato». C’è la rassegnazione tipica di chi si sente in balia degli eventi nella voce di Francesco De Rosa, dirigente del Centro paritario Napoli est e presidente dell’Associazione nazionale presidi Campania. La sua regione ha fatto da apripista al nuovo regime di serrate che rischia di portare la scuola nel suo complesso ai difficili mesi del lockdown.

«In Campania i contagi sono cresciuti in modo particolare e il presidente De Luca teme che la situazione si aggravi – spiega al Quotidiano del Sud -. Abbiamo chiesto di riaprire almeno i primi due anni della primaria perché si pone un problema di alfabetizzazione informatica che è fondamentale per la didattica a distanza. Volevamo che bambini così piccoli non subissero ulteriori danni sociali e didattici. Ma l’ultima ordinanza parla chiaro: fino al 30 ottobre non si riapre nulla. Per cui non ci resta che aspettare e sperare».

Un giro di vite inferto nonostante i contagi registrati negli istituti campani siano stati «mille nell’arco di una settimana, che hanno coinvolto docenti, studenti e qualche dirigente». Un trend costante da dieci/quindici giorni che conferma come la scuola in Italia, al momento, sia toccata solo marginalmente dalla pandemia.

«Fortunatamente la situazione è diversa rispetto a quella di Francia e Inghilterra – osserva De Rosa – ma restiamo sempre nell’occhio del ciclone, dovendo rispondere ai genitori, ai giornali e all’opinione pubblica in generale. Confermo che nelle scuole il livello di sicurezza è secondo solo a quello degli ospedali. Abbiamo fatto ogni cosa umanamente possibile per restare aperti. Evidentemente non è bastato».

De Rosa esclude che la Regione tema un vasto numero di contagi sommersi nelle classi dovuto alle oggettive difficoltà del sistema di contact tracing. «I numeri sono quelli – precisa – come è chiaro che i casi di infezione, nei giovani, provengano soprattutto dall’esterno. Dal ragazzino che si contagia durante un allenamento di calcio e da quello col fratello o la sorella grande che si prende il Covid uscendo la sera. Così il virus arriva a scuola. Va, però, detto che le chiusure di De Luca colpiscono tutti: il coprifuoco dalle 23 alle 5 del mattino, il divieto di muoversi da una provincia all’altra durante il fine settimana. L’obiettivo è quello di evitare un altro lockdown, perché non sarebbe economicamente sostenibile».

Certo, molto di più si poteva fare sul fronte del trasporto pubblico, veicolo di contagio superiore a quello delle scuole, riducendo così i casi fra gli studenti che si muovono su bus e metropolitane. «Abbiamo sollevato il problema diverse volte – dice – più di questo non possiamo fare. Ci sono arrivate le rassicurazioni dell’assessore e dei comuni. La Regione, poi, dice di aver messo in campo altri 350 mezzi».

La speranza è quella di ripartire con la didattica in presenza il prossimo 3 novembre. «Continuando così, inutile nasconderlo, avremo una crescita del fenomeno della dispersione scolastica – avverte – nei nostri territori esistono ampie sacche di disagio sociale, di povertà, ricordiamolo. Come si può pensare di continuare con le lezioni a distanza se ci sono studenti che non hanno né un computer né uno smartphone? La mia scuola è riuscita a comprare 50 pc da dare in comodato ad altrettanti alunni ma siamo una realtà fortunata; in altri istituti, dove il disagio sociale è più forte, i ragazzi sprovvisti di questi mezzi possono essere anche 500». Spese difficili da sostenere per gli istituti, anche perché «la domanda sta facendo lievitare i prezzi, ciò che prima costava 300 adesso può arrivare anche a 500. Senza contare che pc e tablet stanno diventando merce rara da trovare. Alla fine molti docenti stanno mettendo a disposizione degli allievi i loro vecchi computer». Salta, insomma, la «democratizzazione della didattica tipico della scuola in presenza, nella quale tutti accedono agli stessi strumenti». A ciò si aggiungono i problemi di un percorso scolastico a singhiozzo. «Dopo tanti mesi senza lezioni dal vivo – conclude De Rosa – abbiamo registrato un calo dell’attenzione e del rendimento. La scuola a distanza resta un surrogato che se utilizzato per troppo tempo non fa bene ai ragazzi. E loro se ne accorgono».

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