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Dal «Natale sereno» promesso da Giuseppe Conte in cambio dei «sacrifici» imposti dalla stretta di novembre a quello da incubo uscito dal secondo Dpcm di dicembre. Una riedizione a puntate, ammorbidita sul fronte della socialità, del lockdown di primavera. Esperienza che il governo, col premier in testa, in estate aveva assicurato di non voler replicare per non deprimere ulteriormente l’economia.

Giusto i primi di agosto Conte assicurava al Corriere della Sera: «Io so non rischiamo nuovi lockdown. Lo so perché abbiamo lavorato e continuiamo a lavorare per questo e su questo ogni giorno». Gli aveva fatto eco nello stesso periodo il viceministro della Salute, Pierpaolo Sileri, che al Fatto Quotidiano aveva definito «pari a zero» le probabilità di un altro lockdown. Curiosamente è stato lo stesso Sileri, una decina di giorni fa, a invocare il giro di vite natalizio perché «ci sono ancora troppi morti».

Possano azzerarsi oggi stesso le vittime del Covid e pace all’anima di chi non ce l’ha fatta, ma non si era detto che il dato dei decessi andava preso con le molle in quanto sarebbe stato l’ultimo a scendere? Non secoli fa ma giusto in aprile, superato il picco e iniziata la decrescita dei contagi giornalieri, nel ribadirsi l’efficacia delle misure adottate si invitava a osservare con attenzione solo i ricoveri, in particolare quelli nelle terapie intensive, vero termometro dell’andamento dell’epidemia. Un esempio? Il 2 maggio, dopo una leggera flessione, le nuove vittime giornaliere registrate tornavano a sfiorare le 500 unità.

Questo non ha però impedito il 4 maggio di dare il la al primo giro di riaperture. Sette mesi dopo l’elevato numero di morti viene considerato elemento sufficiente per tornare al regime di lockdown, nonostante l’indicatore delle rianimazioni continui a scendere.

Stranezze. Come quella riguardante le mascherine. Sull’efficacia protettiva del dispositivo durante la prima ondata si è dibattuto a lungo. Chi non ricorda, ad esempio, la conferenza nella quale il capo della Protezione civile, Angelo Borrelli, affermava: «Anche ieri ho detto che non uso la mascherina, ma rispetto le regole del distanziamento sociale. La mascherina è importante, se non si rispettano le distanze»?

Senza dimenticare quanto sostenuto ad aprile da Giovanni Rezza, dirigente dell’Iss e membro del Cts. «La gente ha paura che andando per strada o stando sul balcone ci possa essere una trasmissione del virus – aveva detto – Al di fuori degli ambienti chiusi possiamo escludere questa ipotesi». Dal combinato di queste due affermazioni sembra emergere la sostanziale inutilità del dpi se si cammina all’aperto alla giusta distanza. Eppure da ottobre siamo obbligati a indossare la mascherina anche quando ci troviamo al di fuori di luoghi pubblici chiusi, persino se passeggiamo da soli in una strada deserta.

La lista di incongruenze e giravolte sulla gestione della pandemia è ancora lunga. Passiamo alla scuola. Un’estate intera ad annunciare in pompa magna la riapertura degli istituti, fra linee guida, patti di corresponsabilità, autocertificazioni e banchi a rotelle. Conte che a metà ottobre garantisce: «Le attività scolastiche continueranno in presenza, è un asset fondamentale».

Passano due settimane e tornano le chiusure, stavolta limitate alla seconda e alla terza media e alle superiori. E questo nonostante i dati dei contagi a scuola comunicati dal Miur fossero decisamente bassi: alla data del 10 ottobre gli studenti risultati positivi erano lo 0,080%, gli insegnanti lo 0,133%, il personale non docente lo 0,139%. Le infezioni avvengono altrove, si diceva, in particolare sui mezzi pubblici, considerati in assoluto uno dei maggiori veicoli di diffusione del virus. Sull’argomento si è innescato un rimpallo di responsabilità fra governo e regioni su capienze e dotazioni che cozza con le immagini, ancora attuali, di metro e bus stracolmi.

E poi il contact tracing, l’attività quotidiana di tracciamento che, nelle intenzioni iniziali, avrebbe dovuto accompagnarci sino alle vaccinazioni durante la fase di convivenza con il virus. Sono bastati i bagordi estivi per spazzarlo via con i 400mila tamponi al giorno contenuti nel piano consegnato al governo dal virologo Cristanti che non sono mai stati raggiunti. Per non parlare di Immuni, del cashback che incentiva lo shopping natalizio, il quale, però, preoccupa l’esecutivo, costretto a chiudere nella settimana delle feste quando, normalmente, nessuno va in strada a fare acquisti. E si torna al lockdown. Con tanta approssimazione non poteva che finire così.


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