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Il commissario straordinario Domenico Arcuri

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Panorama l’ha ironicamente chiamato il “Commissario moviola” per la capacità di rallentare, anziché velocizzare, le procedure che avrebbero dovuto permetterci di resistere alla seconda ondata di pandemia. A sette mesi dalla nomina a supercommissario per l’emergenza coronavirus, Domenico Arcuri si è dimostrato tutt’altro che il signor Wolf di “Pulp fiction”. Eppure continua a godere della piena fiducia del premier, Giuseppe Conte, che lo vorrebbe anche al vertice di Leonardo come successore di Alessandro Profumo. Ma con quali titoli?

A oggi la gestione dell’affaire Covid portata avanti da Arcuri presenta più di una lacuna. L’ultimo flop è quello dei banchi monoposto a rotelle, che nelle intenzioni della ministra Lucia Azzolina avrebbero assicurato il rispetto delle distanze a scuola, garantendo la didattica in presenza. Il commissario aveva promesso che banchi e sedie innovative sarebbero stati distribuiti in tutte le scuole entro il 31 ottobre. Scadenza non rispettata, all’appello ne mancano diverse centinaia di migliaia. La consegna dovrebbe essere ultimata per Natale, ma sull’intera operazione pesa l’incognita di una nuova chiusura generalizzata degli istituti.

Non meno spinosa la questione delle mascherine a uso degli studenti. L’obiettivo era fornire ogni giorno 11 milioni di dispositivi di protezione alle scuole insieme al gel per disinfettare le mani. Arcuri l’aveva definita un’impresa «senza eguali» ma per arrivare a dama sono serviti quasi due mesi. Il risultato è stato rivendicato recentemente dallo stesso commissario in un’intervista al Corriere della Sera. Ma lo stesso quotidiano ha messo in evidenza che questa cifra ora, con la ripresa della Dad alle superiori in numerose regioni, potrebbe addirittura superare le reali necessità del sistema scuola.

Le mascherine, in effetti, sono state il grande tallone d’Achille di Arcuri. Per settembre l’attuale ad di Invitalia aveva assicurato la piena autosufficienza, annunciando che sul nostro mercato ci sarebbero state «solo mascherine italiane». Ma i dati pubblicati lo scorso mese da Assosistema certificano che il made in China continua a coprire un’ampia fetta della domanda (2,5 miliardi di euro il controvalore dei dispositivi arrivati nel nostro Paese fra marzo e luglio). Conte ha recentemente affermato che l’Italia ogni giorno produce circa 18 milioni di mascherine, bel al di sotto del fabbisogno da 35 milioni individuato da numerosi studi come cifra da raggiungere per gestire la fase due. Un numero che oggi, fra l’altro, andrebbe rivisto al rialzo in forza dell’obbligo di indossare il dispositivo usa e getta anche all’aperto. Senza dimenticare i ritardi sull’implementazione del sistema di terapie intensive su cui Arcuri ha sostanzialmente scaricato ogni responsabilità sulle regioni.

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