X
<
>

Un drive in per i tamponi

Tempo di lettura 3 Minuti

«La diagnosi di Covid ti fa sentire vulnerabile. Sulla pandemia sono sempre stato cauto, non ho mai ceduto all’isteria. Ma quando ti arriva la notizia ti rendi conto di non essere totalmente impermeabile a quello che leggi sui giornali e vedi in televisione. Lo ammetto: ho avuto paura». Non si nasconde dietro le sicurezze di chi ha superato la malattia Simone (25) – il nome è di fantasia – voce fra le voci di chi il mostro se lo è trovato in casa in un tiepido pomeriggio autunnale. Una sensazione di malessere, la testa che sembra galleggiare e il termometro che segna 37,5.

L’odissea è iniziata così. Un viaggio estenuante nella sanità che non riesce a tenere il passo del virus. «I primi a non farcela sono i medici di base – racconta – dovrebbero scremare per evitare che qualche ipocondriaco finisca col chiedere un tampone al primo starnuto. Il mio aveva detto di voler monitorare l’evoluzione della febbre per qualche giorno prima di farmi l’impegnativa. Ma, sa, avevo visto i miei genitori da poco, non potevo aspettare, così ho calcato un po’ la mano sui sintomi». Nessun rancore in ogni caso. «Dobbiamo capire – prosegue – che questi medici avevano una routine da tempo di pace: il vaccino agli anziani a novembre, le analisi del sangue, le ricette. Ora si trovano catapultati in un campo di battaglia, molti in età avanzata».

Con l’impegnativa in mano per un tampone rapido, Simone si mette in viaggio verso il drive in dell’aeroporto di Fiumicino (Roma), uno dei pochi a fare servizio h24 e, soprattutto, a essere rimasto senza prenotazione obbligatoria. «Sono arrivato lì intorno alle 19 e dopo due ore avevo fatto sì e no un centinaio di metri. Quella coda chilometrica nel cuore della notte me la ricorderò per sempre». Più o meno alle 2.00 il personale della Croce rossa esegue il tampone, una mezz’ora più tardi la risposta: positivo. «Avevo letto che in caso di positività mi avrebbero eseguito subito il molecolare per la conferma, invece mi hanno rimandato a casa». E questo è un problema, perché se basta il risultato dell’antigenico per imporre la quarantena di almeno dieci giorni è solo il molecolare che ufficializza la malattia avviando le pratiche della Asl. «Alla fine ho dovuto trovare un altro drive in per fare anche questo tampone, nonostante la febbre e i dolori mi consigliassero di restare a casa, a riposo».

Ma fra l’esecuzione del molecolare e il referto passano almeno 72 ore. Poi il tutto viene trasmesso alle aziende sanitarie, che dovrebbero avviare il tracciamento dei contatti. «In sostanza – sottolinea – quando la Asl è stata messa al corrente della mia positività mi mancavano solo pochi giorni per finire la quarantena. Ero praticamente guarito». Nel frattempo era stato lo stesso Simone a prendersi la briga di avvertire tutte le persone con cui era entrato in contatto nelle due settimane precedenti l’insorgenza dei sintomi. E tanti saluti alla privacy. «È forse stata la cosa peggiore. Le persone sono terrorizzate, non sai mai come dargli la notizia – ricorda – alcuni nascondono bene la preoccupazione, altri fanno lunghi silenzi, altri ancora hanno reazioni rabbiose». E talvolta rapporti di anni svaniscono in pochi istanti. «Ho perso un amico storico – rivela – se l’è presa con me per non averlo avvertito subito. Diceva che avevo messo a rischio la sua vita e quella dei suoi genitori». Effetti collaterali di un sistema che non funziona. «Se fossero le Asl a fare le chiamate, la riservatezza dei malati sarebbe al riparo – osserva – non spetta a un cittadino dover dare notizie ferali ad amici e parenti e sentirsi colpevolizzato solo per aver contratto il Covid». È il problema dello stigma legato a questa patologia, di cui «non si sta parlando abbastanza».

Simone, in ogni caso, è risultato negativo al molecolare effettuato a 11 giorni dall’insorgenza dei sintomi, prenotato «con molto anticipo per evitare ulteriori attese». Ma resta la sensazione di aver vissuto un incubo, nel quale «la solitudine e il senso di abbandono quando avresti bisogno di assistenza sono forse un aspetto peggiore della malattia stessa».

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

COPYRIGHT
Il Quotidiano del Sud © - RIPRODUZIONE RISERVATA

shares