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NEGLI ultimi giorni molti media si sono interessati in modo particolare della situazione della Campania, regione collocata, in base alle ultime disposizioni prese dal Governo, all’interno della zona rossa. Numerosi sono stati tuttavia  i servizi giornalistici e le inchieste condotte in modo incessante sul Mezzogiorno, inizialmente identificato come zona gialla – a rischio moderato. Questa prima scelta era stata fatta in base alle disposizioni dell’ultimo DPCM, nel quale i criteri per delimitare le zone di rischio tengono conto di diversi fattori; innanzitutto l’indice Rt (di trasmissibilità), ma anche il rapporto tra numero di positivi e numero di tamponi, la presenza di focolai interni alle diverse regioni, il numero di tamponi effettuati, la situazione negli ospedali.

Non a caso, misure più restrittive erano state da principio adottate in quelle regioni in cui la circostanza delle strutture ospedaliere era parsa più delicata rispetto ad altre (come ad esempio la Calabria), in virtù dei posti disponibili nelle terapie intensive ed il numero complessivo dei ricoveri. La Campania, in base a questi parametri, non era stata da principio ritenuta una zona a rischio elevato. Indipendentemente dal consenso ottenuto dai provvedimenti emanati dal presidente della Regione Vincenzo De Luca, infatti, le misure restrittive adottate nel Mezzogiorno sembrano aver scongiurato un immediato collasso delle strutture sanitarie e livelli di sovraffollamento eccessivamente preoccupanti.

Tuttavia, la differenziazione delle aree di rischio è soggetta a mutazioni in base all’andamento della gestione pandemica e, con le ultime valutazioni da parte del Ministero della Salute, la situazione epidemiologica delle varie aree è mutata, includendo nelle zone a rischio anche la Regione Campania. Questo scenario non rende pertanto particolarmente eclatante il “caso” campano, che tuttavia è divenuto tale proprio a causa dell’accanimento mediatico – più che politico – sullo stato del Sud Italia. Se al governatore De Luca è possibile riconoscere una difficoltà di autocritica, in questo caso non sembra intellettualmente onesto contestarne l’operato relativo alla gestione dell’emergenza sanitaria; le misure restrittive emanate dalla regione non sono infatti state dissimili da quelle applicate su territorio nazionale dal Governo Centrale, risultando spesso essere adottate anche con netto anticipo rispetto a quelle.

Del resto, nelle ultime settimane era stato proprio Vincenzo De Luca a chiedere misure più drastiche da parte di Palazzo Chigi, sia sul piano della propria regione che su quello nazionale. Se la critica non si è basata dunque sui singoli provvedimenti, dal momento che tale accanimento mediatico non si è verificato sulle disposizioni di Palazzo Chigi, le motivazioni devono dunque essere state di natura differente.

La Campania è divenuta in pochi giorni il pretesto per sottolineare quella che nell’immaginario comune è apparsa come una constatazione impopolare, ossia che la gestione del Sud potesse essere stata migliore rispetto a quella di altre zone d’Italia. La vera paradossalità sta nel fatto che in tutte le zone d’Italia si sta verificando una situazione di estrema criticità e la vera discriminante sarebbe tra regioni sull’orlo del collasso e regioni ancora sotto controllo, non tra zone da isolare e aree in cui il virus era stato debellato. Il principio del “noi sì e loro no”, applicato alle disposizioni del DPCM, non è solo polemicamente futile, ma testimonia nuovamente una dinamica più che reiterata nel panorama italiano.  Nonostante le criticità nazionali, ad oggi c’è ancora chi minimizza sulla situazione sanitaria, come chi in questi giorni ha continuato a chiedere al governo allentamenti per la propria regione.

Le colpe della precedente gestione di diversi territori sembrano solo essersi aggravate con la cattiva lungimiranza con cui le amministrazioni hanno risposto a questa nuova ondata. Lo stesso divario dei decessi tra alcune regioni del Nord e del Mezzogiorno è enorme; lo scorso 8 novembre più di un terzo delle vittime era nella regione Lombardia. Eppure, in seguito alla suddivisione in zone di rischio, lo stesso Fontana ha parlato di “schiaffo alla Lombardia”.  Dichiarazioni che, a fronte della situazione epidemiologica italiana, appaiono gravissime. Come se si trattasse di una questione personale, un simile atteggiamento esemplifica nuovamente come esista nell’immaginario comune una frattura all’interno del Paese.

Quel “noi” sotteso che discrimina in due aree la nostra penisola ci presenta due Italie diverse, percezione riconfermata anche dai vari campanilismi e pretese di unicità territoriale rivendicati durante questo periodo, anche a fronte delle effettive differenze dei dati epidemiologici. I buoni propositi di cambiamento ripromessi in questi mesi non si sono mai realizzati. La finta convergenza di destini comuni, che tali non sono, si arena così di fronte ad un radicato sentimento territoriale, il quale tuttavia non dà alcun contributo e non produce nulla di più che sterili polemiche e ulteriore malessere.

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