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La scorsa settimana, il presidente del Consiglio Mario Draghi ha parlato in conferenza stampa del piano dei vaccini, spiegando che la disponibilità delle dosi non è calata, ed aggiungendo anche che su Astrazeneca il crollo di fiducia «è stato minore di quanto ci aspettavamo».

Il Ministero della Salute ha stabilito che in Italia l’uso delle dosi di AstraZeneca sarà consigliato di preferenza alle persone con più di 60 anni, indicando questa come fascia di età soggetta al minor rischio di soffrire di eventuali problemi circolatori (trombosi) legati alla somministrazione del farmaco.

Nel nostro Paese i vaccini sono diventati un argomento ancor più delicato di quanto la loro urgenza non richiedesse, tanto che nell’ultimo periodo la maggior parte dei media ha parlato di “caos da psicosi”, riferendosi al clima di incertezza ed allarmismo scatenatosi attorno alla campagna di vaccinazione. Uno scenario sociale che, tuttavia, è in larga parte imputabile non soltanto agli effetti collaterali riscontrati in seguito alle prime inoculazioni.

La mancata trasparenza rispetto alla situazione vaccini è stata responsabilità innanzitutto della cattiva comunicazione da parte della sfera politica, ma la paura e la diffidenza verso la cura sono state incrementate in modo particolare dai media. La spasmodica ricerca del titolo accattivante, della polemica facile a scapito della qualità dell’informazione, hanno fatto sì che notizie approssimative venissero reiterate senza sosta dalla stampa italiana.

Enfatizzando allo stremo la preoccupazione condivisa, il timore era dunque quello che la sfiducia collettiva nel farmaco avesse un impatto reale anche sull’intera campagna vaccinale, rallentando ulteriormente la fuoriuscita dall’emergenza sanitaria. Invece, da quanto emerge dalle dichiarazioni del Premier Draghi, il rischio sembrerebbe essere scongiurato e lo stesso Presidente del Consiglio si dice fiducioso «non avendo dubbi sul fatto che gli obiettivi verranno raggiunti».

Ciononostante è sconfortante la modalità con cui, in modo disorganico, si sta affrontando la preoccupazione sociale rispetto alle vaccinazioni. Alcuni specialisti hanno dichiarato che, rispetto ad AstraZeneca “i benefici sono maggiori dei rischi”. Trattandosi di un vaccino, ci si aspetterebbe che tale affermazione fosse tautologica. Il modo in cui ci si sta ponendo rispetto alle preoccupazioni sociali, invece, sembra svilire i dubbi che, legittimamente, derivano dall’eccezionalità della contingenza.

Viene detto che c’è una leggerissima prevalenza di casi di trombosi in pochi soggetti che hanno ricevuto il vaccino, ma che trattandosi di una percentuale tanto esigua il rischio di sospendere la somministrazione di alcune dosi “non ne valga la pena”. Il problema non è la veridicità dell’assunto, quanto piuttosto che sia dato per scontato che la valutazione del rischio sia la medesima in ogni soggetto.

Dai dati attualmente disponibili, il rischio di contrarre il virus è molto maggiore rispetto a quello di riscontrare effetti collaterali in seguito alla vaccinazione, ma non è tuttavia detto che per il singolo cittadino la preoccupazione di ammalarsi sia maggiore rispetto a quella di un, seppur minimo, rischio di controindicazioni legate al farmaco. Questo vale soprattutto per quelle categorie per le quali la possibilità di ammalarsi sembra meno preoccupante del minimo rischio di riscontrare problemi circolatori (ad esempio, i più giovani).

Non ci si può aspettare che si riesca a convincere qualcuno del contrario facendo appello a dati che non si ha avuto neppure la cura di diffondere in modo organico. Se questi timori sono ingiustificati rispetto ai fatti, allora questi ultimi dovrebbero essere comunicati con maggiore trasparenza, facilitando in tal modo una valutazione che resta tuttavia sempre personale. Non solo da parte dei giornali ma anche della politica sarebbe auspicabile una buona gestione mediatica di quanto sta accadendo.

Richiamare alla responsabilità collettiva svilendo i timori dei singoli individui, piuttosto che avendo cura di motivare loro le buone ragioni di quella che di fatto costituisce una scelta, sembra un atteggiamento piuttosto arrogante e poco vincente.

La legittima preoccupazione rispetto alla propria salute non può essere sminuita facendo appello ad una “coscienza collettiva” e chiamare in causa una sorta di senso di colpa sociale sembra essere spesso l’ultima carta di una classe politica che non riesce a veicolare un messaggio convincente e che finisce finanche per contraddire i suoi stessi provvedimenti; per esempio, biasimando i giovani psicologi che si sono sottoposti a vaccinazione, invitandoli a seguire spontaneamente il criterio dell’età, nonostante la prima categoria inserita dal Governo nel programma di vaccinazioni sia stata proprio quella del personale sanitario.


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