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Shopping tra giovani al tempo del Covid

Tempo di lettura 4 Minuti

PREOCCUPATI e impauriti dal Covid-19, più ansiosi rispetto ai loro genitori e più colpiti sul piano emozionale, per le conseguenze sociali dell’epidemia, i Millennials sono pronti a vaccinarsi. Con adesioni bulgare. Per loro e per i fratelli minori della Generazione Z, le restrizioni hanno portato carichi di stress ben più elevati rispetto agli adulti, con effetti, nel caso degli under 18, “rilevanti” in sei ragazzi su dieci. 

A scattare l’istantanea è stata la Fondazione Italia in Salute,  che nell’indagine “Gli italiani e il Covid-19. Impatto socio-sanitario, comportamenti e atteggiamenti della popolazione Italiana” ha “pesato” l’effetto della pandemia sui comportamenti collettivi e sullo stato psicologico dei cittadini, riuscendo per la prima volta a misurare l’ampiezza del disagio, nel confronto fra le generazioni, testandone fiducia e attitudine a vaccinarsi. Dallo studio, realizzato da Sociometrica su un campione di mille persone, rappresentativo della popolazione, con interviste raccolte fra il 24 e il 30 marzo 2021, sono emerse molte conferme e altrettante sorprese, a cominciare dai dati relativi alle prestazioni sanitarie non Covid per la popolazione, con dati sugli under 25.

Pronto soccorso kaputt

Durante la pandemia, sono 35 milioni gli italiani che hanno avuto problemi a utilizzare servizi e prestazioni sanitarie per patologie non-Covid. I giovani sono stati la categoria più penalizzata nell’accesso al pronto soccorso, con il 16,7% dei casi e nell’ottenere una visita dal proprio medico di base. Su circa 5 milioni di italiani che si sono visti spostare o cancellare un intervento in day hospital, giovani e over 65 hanno registrato tassi di disagio analoghi: 11% i primi e 11,2% i secondi. Solo gli under 50 sono andati peggio, con il 13,5%. Rispetto alla popolazione generale, dal report giunge poi una conferma: sono sette milioni le visite specialistiche rinviate o cancellate, con il 90% circa della popolazione over 65 penalizzata nei controlli. I ritardi più significativi delle prestazioni sono stati registrati al Mezzogiorno.

Il Covid fa più paura al Sud

Il Covid fa più paura ai giovani e alle persone più istruite, specie al Sud. Per i ricercatori è possibile che le prime due risultanze siano frutto di dimensioni sociali che spesso si intersecano: la vita di gruppo, tipica delle persone giovani e le attività professionali più elevate, che portano a fare viaggi di lavoro. Nella contrazione della vita sociale che gli italiani hanno adottato spontaneamente in tutta Italia, oltre i paletti normativi, è al Sud che si sono verificati i comportamenti più restrittivi, attraverso un minor ricorso ai mezzi pubblici – il 70,4% al Sud contro il 54,1% del Nord Ovest e la rinuncia sia agli spostamenti fuori dal comune – il 62,5% contro il 54,6% del Nord Ovest – che agli inviti a casa, con il 75,4% al Sud contro il 61,4% del Nord. Nell’inversione ad U delle abitudini sociali – come non recarsi in negozi e ristoranti, anche se parzialmente aperti – le auto restrizioni hanno condotto ad un incremento delle cattive abitudini e a rari aumenti di quelle buone, come una maggiore attenzione all’alimentazione. Un italiano su tre, il 29,1%, ha lasciato la pratica sportiva, spesso anche i giovani.

Più irritabili e depressi

Nervosismo (49% dei soggetti), riduzione dell’attività fisica (43,9%), disturbi del sonno (28,8%), difficoltà a tollerare alcune restrizioni (27,1%), alimentazione più disordinata (25,7%), sintomi di depressione (16,5%), tutti i disturbi causati dalle “sottrazioni” imposte dalla pandemia nella popolazione adulta, vedono amplificarsi negli under 25 il disagio, tanto più “insopportabile” quanto più elevato è il grado di istruzione. Raddoppia la platea con sintomi depressivi (34,7% dei casi), schizzano malessere psicologico (40,2%) e irritabilità (60,2% dei casi). E’ più cospicua, il 46,1%, anche la schiera di chi riduce o abbandona lo sport. Cresce l’alimentazione disordinata (31,8%), mentre è più contenuto il maggior ricorso ad alcol e fumo.

Capitolo a parte sono i minori, per i quali i ricercatori hanno chiesto ai genitori di valutare l’impatto psicologico delle misure restrittive. Circa sei su dieci lo giudicano “rilevante”. Per uno su quattro (il 24,6%), i minori sono stati “colpiti molto pesantemente”, per uno su tre (33,5%) “abbastanza pesantemente”, mentre il 34,2% ritiene l’impatto “non troppo rilevante”. Secondo la ricerca, esiste una “legge di proporzionalità”, per cui più basso è il titolo di studio dei genitori e più grave è l’effetto dell’epidemia sui minori.

Io mi vaccino

I giovani vogliono vaccinarsi e sono una delle categorie più ferme nel proposito, con rarissimi casi no-vax. Dalle interviste, il 73,3% della popolazione si è detta pronta a vaccinarsi. Un italiano su quattro “non vede l’ora” (24,1%) e il 40,5% attende il proprio turno. L’8,7% si è già vaccinato. Il 9,9% si informerà, ma “se potesse non lo farebbe” e il 7,6% vuole scegliere quale vaccino fare. Il 7,5% non ha intenzione di farlo. La schiera degli attuali no-vax è più consistente sopra i 65 anni e fra i 46-55enni.

Chi non intende vaccinarsi generalmente ha un basso grado di istruzione, con diploma di scuola media inferiore e delle scuole professionali (12%), mentre i laureati sono più rari (7%). Infine, oltre sei italiani su dieci (62,8%) hanno fiducia nei vaccini. Si tratta di una percentuale minore rispetto a chi si dice pronto a vaccinarsi, che in concreto si traduce in altri 10 milioni di persone che pur avendo dubbi sull’affidabilità dei vaccini, sono comunque disposte a vaccinarsi.


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