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Per molti studenti la Dad è un incubo. Se poi diventa a pagamento...

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GLI SGRAVI contributivi per incentivare le assunzioni di giovani al Sud possono rappresentare un argine all’emorragia di forza lavoro che ogni anno depaupera il Meridione d’Italia? Chissà.

COME FUNZIONA

È stato battezzato Bonus Sud e regolato dalla legge di Bilancio. Consiste in un esonero dei contributi o anche decontribuzione fino al 2029 per le aziende che assumono. Si parte da una soglia del 30% come previsto già dal decreto Agosto fino al 31 dicembre 2025, che si riduce al 20% nei successivi due anni e infine al 10% per gli anni 2028 e 2029.

Le Regioni interessate sono Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia. Il Bonus Sud si applica a tutti i datori di lavoro del settore privato, tranne a quelli del settore agricolo e nel lavoro domestico.

Ma non è tutto. L’esonero contributivo diventa totale, per quattro anni nei confronti delle aziende meridionali, laddove si assumano a tempo indeterminato giovani che non abbiano compiuto il 36esimo anno d’età nel biennio 2021-2022. Va tuttavia precisato che l’agevolazione scatta soltanto se si assumono lavoratori che non abbiano già avuto un contratto a tempo indeterminato in passato, con lo stesso o con un altro datore di lavoro.

GLI ESCLUSI

Tuttavia, oltre ai requisiti elencati finora, ci sono altri paletti. Per ottenere il bonus, le aziende non devono aver proceduto, nei sei mesi precedenti l’assunzione né procedano nei nove mesi successivi, a licenziamenti individuali per giustificato motivo oggettivo o a licenziamenti collettivi, nei confronti di lavoratori inquadrati con la stessa qualifica del lavoratore assunto con lo sgravio nella stessa unità produttiva. La ratio è impedire a eventuali furbetti di licenziare e riassumere per accaparrarsi così un aiuto di Stato.

DISOCCUPAZIONE: I NUMERI DEL SUD

Stante la presenza di simili paletti, sarà sufficiente questa misura a dare slancio all’occupazione nel Mezzogiorno? L’incognita resta. Intanto i numeri della disoccupazione continuano a preoccupare. Se è vero che a novembre si è registrato un leggero aumento degli occupati (58,3%, +0,2 punti), è vero pure che crescono gli inattivi. La rilevazione Istat del mese scorso attesta che il tasso di persone senza un impiego nel Paese è al 35,4%, che sale al record di 50,6% per i giovani tra i 15 e i 34 anni e che arriva al 57,8% in questa fascia d’età tra le donne.

DAD A PAGAMENTO?

Ci si mette poi la crisi dell’istruzione a provocare altri patemi. E non sembra che la didattica a distanza (Dad) possa rappresentare il viatico per ripartire. In tanti, tra docenti e studenti, lamentano difficoltà a svolgere lezioni da remoto. E pensare che aleggia anche lo spettro di una Dad a pagamento. Google – è la voce circolata la scorsa settimana – potrebbe aumentare le tariffe per l’utilizzo della piattaforma online usata da molte scuole.

Sulla questione è intervenuto il vice-presidente della Camera, Fabio Rampelli: “Google non è un benefattore dell’umanità, non fa volontariato e quando fornisce un servizio gratuito devi aspettarti la trappola”. L’esponente di Fratelli d’Italia ritiene sia una scelta “legittima” ma poco tempestiva durante la crisi sanitaria. Rampelli si stupisce ad ogni modo che “il Governo Conte non abbia nemmeno provato a creare una propria infrastruttura tecnologica in grado di far navigare gli studenti italiani senza ricevere elemosine da Google”.

L’allarme sembra però essere rientrato: Il Secolo XIX, che aveva sollevato il problema, annuncia che Google non avrebbe intenzione di far pagare il servizio. Ma l’appello di Rampelli appare tutt’altro che peregrino.

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