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È nella storia del mondo che le epidemie preludano a fasi di irreversibile trasformazione. La peste nera del XIV secolo pose le basi della fine del Medioevo, che in Italia si declinò nel Rinascimento. La pandemia di Covid già oggi sta accelerando la rivoluzione digitale sull’onda delle necessità del distanziamento, che richiede uno sforzo tecnologico quasi inimmaginabile pochi anni fa, mettendo alla prova la tenuta dei sistemi infrastrutturali e l’attitudine dei popoli all’innovazione.

Be’: la notizia è che siamo indietro. Molto. E che il Sud arranca, nonostante l’eccellenza di singole realtà. Parliamoci chiaro: nel contesto di una macroregione che, nel napoletano, vanta quella che viene riconosciuta come la Silicon Valley europea – dall’Apple developer academy all’hub di San Giovanni a Teduccio – è impensabile immaginare vaste aree di emarginazione digitale. Invece è così. L’ultimo rapporto Bes dell’Istat sul benessere equo e sostenibile – relativo al 2020 – sull’accesso a internet delle famiglie certifica un gap di dieci punti fra Nord e Sud, in peggioramento (3 punti in più) rispetto al 2010. Quanto alla diffusione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (Ict), il Mezzogiorno risulta distanziato di 9 punti rispetto al Centronord.

E poi le infrastrutture. Stando all’inchiesta “Rapporto Sud” del Sole 24ore, la banda ultraveloce arriva solo al 21% delle famiglie meridionali. Per quanto riguarda la rete Ftth – cioè la fibra ottica che raggiunge le singole abitazioni – uno studio di Ernst & Young sostiene che a fronte di una copertura nazionale media del 23%, il Mezzogiorno e le Isole si collocano al 21%, peggio di Nordovest (29%) e Centro (24%).

Impensabile, così, per l’Italia vincere le sfide del futuro. A partire da quella dello smart working. Un’indagine dell’Associazione dei direttori del personale, pubblicata a settembre, sostiene che il 68% delle aziende prolungherà il lavoro agile anche dopo la fine dell’emergenza sanitaria. Anche perché per il 74% degli intervistati, i vantaggi di questa modalità sono superiori alle criticità. Lo stesso vale nel settore pubblico, con la pandemia che ha accelerato i processi di digitalizzazione più di qualunque riforma approvata negli anni. E tuttavia non sono mancati i problemi, legati (anche qui) alle carenze infrastrutturali, riguardanti l’assenza di collegamenti in fibra verso le abitazioni dei lavoratori.

C’è poi tutto il settore dell’intelligenza artificiale. Secondo una ricerca della società di consulenza Gartner, dal 2015 al 2019 l’Ai è cresciuta del 270%. Mentre uno studio di Fortune business insights prevede che il comparto cresca del 33,2% dal 2019 al 2027, passando da un valore di 27,2 miliardi di dollari a uno di 267 miliardi. Già oggi l’Ai sta fornendo risposte importanti proprio nel contrasto al Covid. Come Deepcough 3D, algoritmo sviluppato dall’università dell’Essex, capace di comprendere dal suono della tosse la positività al coronavirus, con un livello di affidabilità del 98%. Tanto che i ricercatori hanno proposto di utilizzarlo come possibile alternativa al tampone.


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