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La nuova serie Stalk

Tempo di lettura 5 Minuti

Parlare di argomenti come una serie tv che tratta del delicato tema del bullismo con chi è più grande di te, ti fa sempre avere l’impressione di inoltrarti all’interno di una conversazione con un interlocutore incapace di comprendere il tuo linguaggio. Quando poi apprendi dal tuo caporedattore che quell’interlocutore sarà la direttrice di RaiPlay, Elena Capparelli, in vista della presentazione della nuova serie fenomeno Stalk, quella sensazione si fa sempre più reale. E invece, dall’altra parte della cornetta, non c’è soltanto una persona che sa esattamente che messaggio vuole inviare, ma anche quell’entusiasmo e quella competenza capaci di trasmetterti fiducia nella possibilità di un mondo in cui tutti, anche noi Millenials, possiamo essere ascoltati e le nostre storie diventare protagoniste.

Non crede che serie tv come Stalk siano lo specchio di una società che, in un contesto di ipercompetitività, suggerisce ai giovani di rispondere all’umiliazione ricevuta con altre forme di offesa?

«La serie tv Stalk rovescia completamente i ruoli, la sintesi che ne viene fuori è opposta a quella che induce ad un comportamento vendicativo rispetto a chi subisce un’azione di bullismo o di stalking. Il racconto si dipana cambiando prospettiva in modo provocatorio dimostrando, nel corso di 10 intense puntate, attraverso un linguaggio visivo moderno e un montaggio di qualità – a motivo del successo riscosso oltralpe dalla serie tv – come i meccanismi che stanno alla base di queste dinamiche sociali portano a perdere, sia come singoli che come collettività, sotto tutti i punti di vista: relazionale, emotivo e sul piano della crescita personale».

Come possono trasmissioni sul genere di Stalk contribuire nella lotta e nella prevenzione di fenomeni così complessi come il bullismo e lo stalking?

«Anzitutto il format della serialità è diventato estremamente fruito e di successo soprattutto tra i giovani, quindi il mezzo consente già di avvicinare il pubblico giovane al tema. Ma serie come Stalk custodiscono una potenzialità di messaggi che non vanno trascurati. Le storie e i personaggi raccontati conducono vite simili alle nostre: ragazzi talentuosi immersi nel mondo universitario, dove sono presenti fazioni molto forti e personalità dotate di talenti particolari, nel caso di Stalk nell’uso delle tecnologie informatiche; immergersi in queste storia, sentirsi in risonanza con tutti gli stati d’animo del protagonista: il dolore, la sofferenza della vittima che trasfigura l’indole costruttiva del proprio talento in strumento di offesa altrui e proprio, consente ai giovani di entrare in contatto attraverso il canale emotivo con il peso specifico di queste dinamiche e con la misura della sconfitta, in termini di perdita dell’altro e di sé, e della vittoria, in termini di salubrità dei rapporti, che traiamo da come affrontiamo gli ostacoli della vita».

Elena Capparelli

Molte forme di bullismo nascono dall’emulazione di video, personaggi che operano su piattaforme come Youtube, Twitch Rai play si propone di essere una piattaforma educativa per i giovani, come affrontare questa tendenza emulativa?

«L’etichetta “educativa” la trovo un po’ stretta. Diciamo che come RAI, in tutti i prodotti che facciamo, non rinunciamo mai a trasmettere quei valori e quel profondo messaggio culturale di cui, come servizio pubblico, ci siamo sempre fatti portatori. Del resto, io non sono mai stata favorevole ad alcuna opera di censura, nel senso che qualsiasi contenuto deve essere proposto ovviamente prestando la dovuta attenzione alla fascia di età, che è il target di prodotti come questo. Pertanto, la miglior risposta è sempre quella di offrire contenuti capaci di veicolare la cifra di un messaggio culturale e di valore, senza mai coltivare la sfiducia nei giovani: i ragazzi sono perfettamente in grado di riconoscere nel marasma di cose che intercettano sulla rete quelle che li fanno crescere emotivamente e diventare persone felici. Noi non dobbiamo mai abdicare a dei racconti ricchi di una realtà che non è mai edulcorata e intermediata, ma che, anzi, abbia il coraggio di mostrare quali sono i conflitti, le difficoltà e i salti nel vuoto in cui si incorre. La realtà non è solo bella e buona, ma solo al suo interno possiamo trovare la nostra strada per essere migliori e felice».

Come evitare la fuga di cervelli che imperversa nel nostro paese in modo da ridare fiducia ai giovani che faticano a trovare lavoro nel nostro paese?

«Per i giovani quest’anno, specie col covid, è stato particolarmente difficile. Però, io credo che le esperienze formative condotte all’estero dove è possibile mettersi in gioco con modelli formativi diversi consente poi agli stessi, plasmatisi in modo rinnovato fuori, di ritornare facendosi latori di un cambiamento che deve portare il paese ad essere più dinamico. Voi dovete costruire questo dinamismo proprio a partire da quelle che sono le posizioni più classiche e che proprio per questo abbisognano di un rinnovamento applicativo nel mondo del lavoro. In molti paesi, anche fuori dall’Europa, è molto più semplice mescolare e ridefinire in un’ottica di valorizzazione le varie discipline e conoscenze, l’Italia sconta ancora un forte ancoraggio a modelli del passato: prima tante competenze erano solo o umanistiche, o solo scientifiche, o solo artistiche; oggi queste possono essere potenziate nella formazione di nuove professionalità, ma c’è bisogno di visioni nuove».

RaiPlay è una piattaforma in costante evoluzione negli ultimi anni, ma che rispetto agli altri competitor è ancora meno diffusa tra i giovani, quale strategia state mettendo in atto per colmare questo gap?

«Durante questo mio primo anno e mezzo di esperienza di direzione a RaiPlay, ho notato che i giovani associavano al marchio RAI qualcosa di polveroso e vetusto. Poi, mi sono resa conto parlando con tanti giovani, che con l’avvento di Netflix, Amazon e gli altri operatori delle OTT (over-the-top, media company che offrono servizi e contenuti direttamente via Internet, n.d.r.) che si è aperta una strada in più per RaiPlay. Questo perché sulla nostra piattaforma non è presente soltanto tutta l’offerta dei canali lineari ma in modalità on demand, ma c’è tantissima offerta che interessa ai giovani nella library di RaiPlay che viene alimentata da prodotti pensati per loro. Per esempio, stiamo per lanciare un format che si chiama “Tu non sai chi sono io”, dove sono i giovani ad essere protagonisti attraverso il racconto che fanno di loro stessi di parti sconosciute della loro vita ad un loro parente, o ad una figura per loro fondamentale come un insegnante. La nostra idea è che RaiPlay diventi anche questo: un luogo dove sono presenti nuovi formati, nuovi linguaggi, nuovi contenuti in cui giovani si possano raccontare».

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