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Una delle caratteristiche che contraddistingueva in modo assoluto l’impero romano da tutti gli altri popoli consisteva nel loro essere considerati come una “civiltà di infrastrutture”. Qualunque paese conquistassero, questo veniva ripensato all’interno di una sorta di politica riedificazione infrastrutturale. Le strade venivano costruite in ragione della loro importanza strategica anzitutto sul piano dello sviluppo, e la ricchezza di quel vasto impero si deve anche a questa intuizione. Ciò che era chiaro allora, a quei popoli così primitivi rispetto a noi moderni “progrediti”, è che le strade, e quindi, la facilità con cui i cittadini possono muoversi da un posto all’altro sul proprio territorio, è sinonimo di civiltà. Senza infrastrutture siamo di fronte al terzo mondo, e la Calabria di fatto è stata eretta a terzo mondo d’Italia.

A nulla vale, infatti, rinominare la Salerno Reggio-Calabria con un titolo ampolloso come Autostrada del Mediterraneo quando questa risulta tuttora per la gran parte un insieme di cantieri all’aperto. Ancora oggi, a 4 anni dalla sua fantomatica inaugurazione, quando l’allora Presidente del Consigilio – ora Commissario europeo agli Affari Economici – Paolo Gentiloni, proclamava con certa soddisfazione «dopo 55 anni abbiamo completato la Salerno-Reggio Calabria», l’autostrada più grande del Sud Italia è oggetto di numerosi interventi che, commissionati sotto il titolo di interventi di manutenzione, per la loro capillarità e il loro carattere organico risuonano piuttosto come il prosieguo di un’opera mai interrotta.

Ma se ci spostiamo sul versante orientale, poi, la situazione va ancora peggio. La cosiddetta Statale Ionica, l’asse stradale che dovrebbe collegare Taranto con Reggio Calabria e che, a ragion veduta, non ha la dignità di autostrada, è una vera e propria strada della morte. La SS106, infatti, registra un elevatissimo numero di morti all’anno, soprattutto sul tratto catanzarese; questo perché la statale ionica nella sua struttura fondamentale è rimasta la stessa, praticamente inalterata, sin dal 1980, risultando palesemente inidonea a reggere il volume di traffico che fluisce quotidianamente lungo il suo tragitto. Su questo fronte, bisogna dire che è stato avviato il 19 maggio 2020 il cantiere per la realizzazione del III megalotto, al cui consegna è prevista solo per l’agosto 2026. Quest’opera riguarda la realizzazione di un nuovo tracciato della statale 106 “Jonica” tra  Sibari e  Roseto Capo Spulico, in provincia di Cosenza, per una lunghezza di  38 km  su due carreggiate separate e con un investimento totale di 1,33 miliardi di euro.  In Calabria, quando si riesce (riuscirà), si è civili solo a scomparti.

Se la situazione dei collegamenti stradali è pessima quanto meno sul piano ferroviario le cose andranno meglio no? E invece no. L’alta velocità in Calabria semplicemente non esiste. Non si tratta di lamentare l’assenza di Italo o di Freccia rossa: la mancanza dell’alta velocità implica che nessun treno possa superare il 200 km/h, frecciargento compresi (che invece potrebbero viaggiare fino a 250 km/h). E anche la situazione dei collegamenti interni è drammatica. A voler viaggiare da Cosenza fino a Catanzaro con un treno regionale si impiegano 2 ore circa effettuando due cambi, e tutto ciò per coprire una distanza di appena 100 km. Detto altrimenti, 90 km in Calabria sono come 300 km in Emilia Romagna.

A fronte di questa pur esigua analisi, verrebbe da chiedersi perché un imprenditore italiano o straniero dovrebbe venire ad investire in Calabria? Perché oltre ai costi sociali derivanti dalle classiche ostilità culturali dovrebbe farsi carico anche dei costi più segnatamente economici – e non sono pochi – derivanti da un tessuto infrastrutturale così lento e retrogrado? Perché uno studente dovrebbe rimanere a formarsi in una ragione in cui pure muoversi in autobus da un capoluogo all’altro in modo da raggiungere la propria università ha un costo di oltre 10 euro (con buona pace per il diritto allo studio)?

Come se non bastasse, anche da questo punto di vista, la Calabria, e tutto il Sud Italia, sono state per l’ennesima volta vittima dell’ennesimo scippo. Dopo i rapporti di centri studi autorevoli come Eurispes e Svimez, anche la Corte dei Conti nel Rapporto 2020 sul coordinamento della finanza pubblica hanno intonato un ritornello che comincia ad assumere in contorni rancidi di certa retorica inascoltata: «Non è ancora stabilito il percorso di superamento del criterio della spesa storica». Fintanto che non verrà ristabilito un equilibrio in termini di spesa tra Nord e Sud, procedendo per necessità e priorità d’intervento, quelle domande rimarranno disattese. E questo non sarà un male solo per il sud, ma per l’Italia intera, incapace come sempre di reagire come un corpo unico.

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