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«O fasarài al è fradi di nò fâ mai». È friulano, e in italiano vuol dire: «Farò è il fratello di non fare mai».

Un detto popolare che sembra calzare a pennello con l’impegno assunto da tante pubbliche amministrazioni locali riguardo al riordino delle loro partecipate, società di cui detengono azioni o quote e che vengono foraggiate con i denari dei contribuenti e considerate una fabbrica di poltrone, il buco nero dei conti dello Stato. Il Testo unico sull’argomento varato nel caldissimo agosto del 2016 voleva proprio questo: la pubblica amministrazione deve disfarsi delle partecipate che non sono strettamente necessarie e che non sono economicamente convenienti o in linea con le norme comunitarie. In tempi di magra tutti devono fare sacrifici. Ma non certo l’Agenzia regionale per la lingua friulana (“Agjenzie regjonâl pe lenghe furlane” o ARLeF), società che ha sede a Udine in una sobria palazzina di due piani oltre quello rialzato di via della Prefettura 13 che costa un affitto annuo di 36.600 euro.

TANTO PAGA PANTALONE

Preservare una lingua, per quanto locale possa essere, è una gran bella cosa e se opportunamente stimolati sono  molti gli sponsor privati legati al territorio disposti a sostenere le attività come la “Festa della patria del Friuli” o “L’editoria per bambini in lingua friulana”. Al momento però è Pantalone che paga. E non poco. Questo perché, strano a dirsi, mantenere viva la lingua friulana non costa due soldi (“doi becìn”). Per queste e altre iniziative il cda dell’ARLeF, Gianluca Casali, Claudio Maestra, Paolo Paron, Enrico Peterlunger e il presidente Eros Cisilino hanno previsto un budget di spesa per l’anno in corso di 1.601.000 euro così finanziato: 1.304.000 euro dai “Trasferimenti da amministrazioni pubbliche”, 275.000 euro dalle “Entrate per partite di giro” e 22.000 euro dalle “Entrate per conto terzi”. Certo, toccherà poi al revisore dei conti, Giuseppe Deriu, accertare che  i numeri siano in ordine. Così come toccherà agli 8 componenti del comitato tecnico scientifico individuare i canali migliori per investire questo “piul tesaur” (piccolo tesoro).

C’É ANCHE TRENTO 

Ma non è solo il Friuli a proteggere le proprie radici, le fondazioni, partecipate dagli enti locali, a questo scopo non si contano. Per esempio in provincia di Trento c’è la sede dell’Istituto culturale cimbro Kulturinstitut Lusern, ente, preposto alla salvaguardia, promozione e valorizzazione del patrimonio etnografico e culturale della minoranza germanofona del comune di Lusern. Un presidente, 5 membri del consiglio di amministrazione, 5 del comitato scientifico, un revisore dei conti, un dirigente con contratto a tempo indeterminato, 73mila euro di stipendio l’anno. Sempre in Trentino si trovano l’Istituto culturale ladino a Vigo di Fassa, l’Istituto Ladino Micurà de Rü a San Martino in Badia, l’Istituto culturale mocheno a Palai e chi più ne ha più ne metta.

L’autonomia della Regione Friuli  e del Trentino si fa sentire. E Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna assaporano il giorno in cui la “secessione dei ricchi” sarà compiuta, quel regionalismo differenziato che l’anima leghista del governo non vede l’ora di portare a termine.

CINEMA BOLOGNESE

A quel punto chi potrà ficcare il naso negli affari del Comune di Bologna quando decide di mantenere in vita la partecipazione indiretta attraverso la Fondazione Cineteca a “L’immagine ritrovata Srl”, società specializzata nel restauro cinematografico? Una delibera comunale dice che questa partecipazione è “strettamente necessaria per il perseguimento delle finalità istituzionali” della cineteca, punto e basta. Essendo una partecipazione indiretta, “L’immagine ritrovata”, che a sua volta detiene il 51% di una società con sede a Hong Kong e il 51% di un’altra a Parigi, non ha l’obbligo della trasparenza, nonostante sia controllata al 100% dalla Fondazione Cineteca. Ma è proprio necessario un intervento pubblico? Questo è un settore dove altri non si avventurano? Non si direbbe. A Roma esiste la storica “Fotocinema Srl” che fa la stessa cosa. “U diëvu u fa pugnatt ma mia i cuerci”, il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, si dice (anche) lungo la via Emilia.

Bologna ama il cinema al punto da avere anche una partecipazione all’83,62% nella “Modernissimo srl” costituita per attuare il progetto di riapertura dell’omonimo cinema a pochi passi da piazza Maggiore. Nulla che potevano fare direttamente gli impiegati comunali o della Fondazione Cineteca; era assolutamente necessario aprire una nuova Srl con un cda e un team che, notoriamente, non costano nulla. 

Ma chi l’ha detto che l’arte e la cultura non danno di che vivere? Per non parlare dello sport. 

OLIMPIADI SENZA FINE

A Torino ha sede l’Agenzia per lo svolgimento dei giochi olimpici invernali. Non quelli del 2026, ma quelli che si sono svolti nel capoluogo piemontese nel 2006, tredici anni fa. Commissario e staff, ridotto, sempre allerta. 

Dallo sci alla tavola piemontese. L’Unione terre del tartufo ha sede in piazza Buronzo 2 a Moncalvo in provincia di Asti. Ha un presidente e una giunta formata da 4 assessori: Ivan Cassone, Rosaria Lunghi, Mirella Panatero e Sergio Razzano. Obiettivo: associare le funzioni di 5 comuni del territorio: Moncalvo, Grazzano Badoglio e Penango, nell’astigiano, e Castelletto Merli e Odalengo Piccolo, sul versante alessandrino. Questo per evitare la fusione tra piccoli comuni, una legge nata per ridurre la frammentazione delle spese e tagliare poltrone. Ma fatta la legge, trovata la scappatoia. Così con il dl 135/2018 è stato prorogato al 31/12/2019 i termini per l’esercizio obbligatorio in forma associata delle funzioni comunali, dando la possibilità di creare nuovi enti e aumentare, anziché ridurre, il numero del personale a libro paga. Con le associazioni di comuni i singoli municipi restano in piedi, vanificando l’originale finalità della legge.

Se in una normale società, piccola o grande che sia, le relazioni con i sindacati dei dipendenti è gestita dall’ufficio del personale, la Regione Valle d’Aosta preferisce affidare l’incarico all’Agenzia regionale per le relazioni sindacali (Crrs). Il Crrs, istituito presso la presidenza della Regione, è costituito dal presidente e da quattro componenti. Gli altri addetti sono nominati dall’amministrazione regionale e dal consiglio permanente degli enti locali, due per ciascuno. Almeno nell’atto costitutivo è stato stabilito che restano fuori dall’Agenzia amministratori pubblici, politici e sindacalisti. Finalmente un po’ di decenza.

AFFARI DI TUTTI

Ci si potrebbe chiedere: ma saranno pure affari dei singoli territori come spendono i loro soldi. Secondo la  Costituzione no, sono affari di tutti gli italiani. Così come gli eventuali sprechi dei siciliani o dei campani sono affari anche dei lombardi o dei valdostani. Il  “residuo fiscale” regionale, tanto decantato dalle regioni zeppe di “danee” (denari in milanese), non esiste, è il surplus tra le entrate derivanti dalle tasse e le uscite di un territorio, un “avanzo primario regionalizzato” che lo Stato deve ridistribuire in base al principio di equità e necessità, indipendentemente dalla provenienza, almeno in un Paese unitario com’è il nostro. E fino a quando la secessione dei ricchi, la maggiore autonomia chiesta da Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, non vedrà la luce.


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