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Il Senato della Repubblica

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Per tutte le sue innumerevoli funzioni, lo Stato spende più o meno 900 miliardi di euro all’anno, all’incirca la metà del prodotto interno lordo. Spende in modo efficiente questa enorme somma? Non è, si badi, una domanda retorica o superflua: basti considerare che se, attraverso una maggiore efficienza, spendessimo 99 centesimi là dove ora spendiamo 1 euro avremmo un risparmio complessivo di 9 miliardi di euro.

Se poi spendessimo solo 98 avremmo un risparmio di 18 miliardi di euro e così via. E allora o riteniamo che la macchina statale sia perfetta ed efficiente al massimo oppure dobbiamo occuparci, con la cura che merita, di un problema da cui possono scaturire grandi risparmi o vistosi miglioramenti della qualità dei servizi. Se penso al tortuoso processo costitutivo del nostro Stato e al modo in cui esso è venuto ad assumere l’attuale configurazione, arrivo alla conclusione che probabilmente nella nostra Amministrazione vi sono larghe sacche di inefficienza e di spreco.

Dobbiamo eliminarle sia per ridurre i costi sia per migliorare, là dove possibile, la qualità dei servizi oggi in alcuni casi davvero molto bassa. Quello dell’efficienza della spesa pubblica è un problema di grande rilevanza pratica. Non che manchino i controlli, intendiamoci. Vi è la Ragioneria Generale dello Stato, vi è la Corte dei conti che svolgono un’azione meritoria. Ma è un tipo di controllo, il loro, che per lo più si ferma alla legittimità, al rispetto formale degli atti e non entra – come suol dirsi – nel merito della spesa.

E invece, secondo me, bisogna entrare proprio nel merito per vedere, ad esempio, se è una cosa per la quale spendiamo 100 può essere ottenuta, a parità di condizioni, con una spesa di 98. Questo tipo di controllo viene comunemente denominato «controllo di gestione» ed è molto diffuso nelle imprese di ogni tipo e di ogni dimensione. Non è mai entrato nell’armamentario della Pubblica Amministrazione, forse perché – sbagliando grossolanamente – esso è stato sempre associato all’idea di profitto; e poiché la Pubblica Amministrazione non mira al profitto ecco allora che non ha bisogno del «controllo di gestione».

Si tratta, lo ripeto, di un errore grossolano perché il controllo di gestione va associato non al profitto ma ad ogni organizzazione produttiva, cioè ad ogni organizzazione (stavo per dire «azienda» ma mi sono trattenuto per il timore di generare confusione) che produce beni e servizi. E sotto questo aspetto la Pubblica Amministrazione è la più grande organizzazione produttrice del nostro Paese. Lo spreco va sempre e comunque contrastato e combattuto.

Si può discutere sul modo in cui utilizzare le risorse risparmiate. Ma questo è un altro aspetto della questione. Possono essere utilizzate per accrescere i profitti, per ridurre i prezzi, per aumentare gli stipendi, per ridurre le imposte, per venire incontro alle necessità delle persone più bisognose e così via. Insomma anche un’organizzazione di beneficienza deve essere attenta all’efficienza perché, attraverso una gestione efficiente, potrà assistere meglio le persone oppure potrà assisterne un numero maggiore. È inutile attardarsi sui particolari.

In quanto grande centro di produzione e di spesa, il nostro Stato deve darsi un adeguato «controllo di gestione» dotato di persone di grande professionalità capaci di individuare rapidamente le inefficienze e di suggerire i modi per eliminarle. E’ superfluo dire che l’organizzazione a cui affidare il «controllo di gestione» deve essere messa a punto con la maggiore cura possibile, altrimenti diventa esso stesso fonte di spreco e di promesse mancate.

L’organismo che si occupa del controllo di gestione deve essere composto di persone di riconosciuta competenza e deve avere grande autorevolezza. Probabilmente va posto direttamente alle dipendenze della Presidenza del Consiglio. Ma su questo punto credo che costituzionalisti e amministrativisti possano trovare la giusta soluzione molto meglio di quanto possa fare io.

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