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Che gli “invisibili” non opprimessero soltanto Reggio, con il loro peso criminale, ma anche il resto della Calabria, e che fossero più forti proprio là dove la zona in cui si muovono, quella grigia, non era stata ancora attaccata, lo si poteva immaginare. Adesso gli invisibili sono diventati più visibili, grazie alle ultime inchieste della Dda di Catanzaro, anche nella Calabria mediana e settentrionale. Lo dimostrano la quantità e la qualità di arresti scattati negli ultimi mesi.

Se, nel 2016, erano finiti in carcere, tra gli altri, i capi della masso-‘ndrangheta reggina, ora si può affermare, sulla base di un notevole materiale probatorio che comunque deve ancora tradursi in sentenze passate in giudicato, che la cupola agiva anche nelle altre aree della regione. Al di là dei contatti con logge e Servizi deviati e dell’appartenenza di politici, magistrati e preti, il tratto caratterizzante della cosiddetta componente riservata della ‘ndrangheta è che “mirava ad assicurarsi il controllo di tutte le principali attività economiche, compresi gli appalti, della provincia di Reggio, e il controllo delle istituzioni a cui capo venivano collocati persone di gradimento e facilmente avvicinabili; l’aggiustamento di tutti i processi a carico di appartenenti alla struttura; l’eliminazione, anche fisica, di persone “scomode” e non soltanto in ambito locale”.

GRUPPO DI POTERE

In sostanza, un “gruppo di potere che gestiva tutto l’andamento della vita pubblica e economica in sintonia con altri gruppi costituitisi in altre città italiane”, come emerge dalle carte di “Mammasantissima”, storica operazione della Dda reggina.

Insomma, collegamenti in altre città italiane, mica soltanto della Calabria, per eliminare le persone “scomode”, appianare vicende giudiziarie e, soprattutto, infiltrarsi nell’economia, nella politica e nelle istituzioni. Si intrecciano fino a confondersi le analogie con le inchieste antimafia più recenti, quelle della Dda di Catanzaro, sulle figure “cerniera”, i contatti con la massoneria e i mafiosi in giacca e cravatta di altri territori calabresi.

BONAVENTURA PARLA

A parlare espressamente di “invisibili”, del resto, fu, nel corso di un interrogatorio condotto dalla Dda di Torino nel 2011, l’ex reggente della cosca Vrenna di Crotone, il pentito Luigi Bonaventura, che si soffermò su una “carica” all’interno della ‘ndrangheta, di livello “superiore”, detta appunto degli “invisibili”, attribuita anche a membri della sua famiglia. Gli “invisibili”, lo ricordiamo, sono coloro che, pur muovendosi separatamente dalla struttura della ‘ndrangheta, ne elaborano i piani. Insomma, da una parte la cerniera tra ‘ndrangheta e massoneria e dall’altra la continua interrelazione con coloro che non corrono il rischio di essere indicati come ‘ndranghetisti, o almeno così ritengono, ma farebbero parte di una struttura criminale di più alto livello.

POOL ANTIMAFIA

A Reggio prima e a Catanzaro dopo, con l’avvento del procuratore Nicola Gratteri, gli inquirenti ci sono riusciti grazie al lavoro immane condotto da pool antimafia che si avvalgono di una polizia giudiziaria che ha a disposizione tecnologie avanzate e ha messo assieme tasselli provenienti da una miriade di procedimenti penali, migliaia di intercettazioni e decine di verbali di collaboratori di giustizia. Prima della cura Gratteri, nel distretto della Corte d’appello di Catanzaro, invece, le indagini sulla zona grigia spesso non erano approdate a risultati apprezzabili e quando ebbero sbocco processuale furono ridimensionate; talvolta, gli inquirenti che le hanno condotte subirono contraccolpi. Forse perché gli invisibili erano ancora forti.

Ma Gratteri non ha soltanto dato impulso all’assalto alla zona grigia, perché gli invisibili non siano più tali e abbiano un volto riconoscibile. Ha lanciato un appello ai giovani e alla società civile perché occupino gli spazi lasciati liberi dopo le maxi retate. Al di là delle facili strumentalizzazioni, specie nell’imminenza di competizioni elettorali sentite come quella regionale del prossimo 26 gennaio, a cui può andare incontro la manifestazione di sabato scorso a Catanzaro, organizzata da un comitato di prossimità in segno di solidarietà e vicinanza a Gratteri e alla squadra Stato, manifestazione scattata dopo gli attacchi da parte di pezzi dello Stato stesso proprio mentre le inchieste sono in corso, un segnale di novità non può non essere colto. Oggi in Calabria si applaude alle forze dell’ordine, come è successo a Vibo Valentia nel dicembre scorso all’indomani dei 330 arresti dell’operazione Rinascita.

Un segno della credibilità di Gratteri e dei suoi collaboratori, che con importanti risultati operativi hanno contribuito a rafforzare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, negli ultimi giorni peraltro messa a dura prova dopo l’arresto di un prefetto e di un giudice per storiacce di mazzette.

ORA LE DENUNCE

L’auspicio è che oltre ai like sui social e ai duemila scesi in piazza ci sia un incremento di denunce. Il mutato clima ha favorito, negli ultimi anni, nuove collaborazioni con la giustizia, in passato mai manifestate con tale ampiezza. Si pentono anche figli di boss. Tutto ciò ha incrinato il mito della invulnerabilità e invincibilità della ‘ndrangheta, tanto più che nella rete della giustizia sono finiti importanti latitanti, i provvedimenti cautelari sono stati doppiati con misure patrimoniali che hanno colpito al portafogli i clan ed è stato messo in crisi un modello culturale. Ciò che forse contribuirà a rendere il voto più libero. Almeno si spera.

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