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Il Ministro Roberto Gualtieri

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Doveva essere pronto già ieri, arriverà invece domenica o al più tardi lunedì. Il primo decreto di aprile, quello finalizzato a immettere liquidità nelle tasche delle imprese italiane è ancora in fase di limatura, fissato per oggi un nuovo incontro della “cabina di regia” formata da tutte le forze politiche. Il testo, ha promesso il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, terrà conto dei contributi arrivati da maggioranza e opposizione e completerà idealmente il “Cura Italia, il dl da 25 miliardi varato a marzo.

LE NUOVE MISURE

Le nuove misure prevedono ulteriori 200 miliardi di credito, come spiegato dal viceministro di Via XX Settembre, Antonio Misiani: «Abbiamo fatto già uno sforzo importante nel decreto di marzo attivando garanzie per 350 miliardi di euro di prestiti e finanziamenti alle imprese, vogliamo incrementare ulteriormente questo intervento con un provvedimento che sarà emanato nei prossimi giorni e che dovrebbe attivare ulteriori garanzie per 200 miliardi di euro per imprese micro, piccole, medie e di più grande dimensione, perché il tema della liquidità è assolutamente fondamentale per garantire continuità produttiva».

Misiani rivendica anche l’entità delle misure messe in campo fin qui, «maggiori rispetto agli altri Paesi europei perché i 350 miliardi già attivati a marzo valgono il 20% del Pil mentre la media Ue degli interventi per la liquidità è il 13%».

La copertura delle garanzie statali arriverà fino al 90% e fino al 25% del fatturato aziendale. L’accesso, secondo quanto anticipato da Gualtieri, dovrebbe comunque essere vincolato ad alcune condizioni: il divieto di distribuire dividendi e l’obbligo di usare i soldi per operazioni sul territorio italiano. L’intervento dovrebbe andarsi a sommare ai 100 miliardi di euro garantiti dal fondo centrale di garanzia per le piccole e medie imprese, che sarà ulteriormente rafforzato e semplificato, e ai 290 interessati dalla moratoria.

Un piatto totale da oltre 500 miliardi, ben superiore a quello messo in campo dalla Francia, come fa notare Gualtieri.

IL DECRETO DI APRILE

Le misure destinate alle imprese faranno da apripista al cosiddetto “decreto aprile”, il “Cura Italia bis”, che ora potrebbe valere non più i 25 miliardi di euro previsti inizialmente, ma ben 40-50 miliardi. La tabella di marcia di Palazzo Chigi prevede che sarà varato prima di Pasqua o, al più tardi, nei giorni immediatamente successivi.

Il Mef, per bocca del suo ministro, conferma l’intenzione di rifinanziare la Cig e di aumentare il contributo di 600 euro già previsto per i lavoratori autonomi.

Fra le misure allo studio c’è anche la sospensione dei pagamenti per chi avrà subito una perdita di fatturato e l’accantonamento di un fondo per i successivi ristori.

«Dobbiamo fare uno sforzo importante per mobilitare tante risorse ferme nel sistema produttivo – ha detto il numero due Misiani – e rilanciare le nostre imprese. Gli italiani hanno 1.400 miliardi di euro fermi sui conti correnti o in liquidità, dobbiamo inventare strumenti che consentano di convogliare questa risorse verso l’economia reale, per farglieli investire».

Fra le ipotesi c’è anche «l’emissione di titoli a lunghissimo periodo, l’idea di un patto tra risparmiatori, Stato e sistema produttivo per raccogliere, attraverso un’emissione straordinaria, risorse da destinare al rilancio e alla ripartenza del Paese. Può essere una soluzione».

Sul tavolo di Palazzo Chigi rimangono comunque alcune questioni aperte, tutte legate a Bruxelles.

LE INCOGNITE EUROPEE

Se da un lato, come sottolineato dal sottosegretario all’Economia Cecilia Guerra, il governo ha «maggiori strumenti», dopo la sospensione del patto di bilancio, rimane l’incognita delle misure che l’Europa deciderà o meno di adottare.

Prima fra tutte l’emissione dei famigerati Coronabond, fumo negli occhi per olandesi e tedeschi. Nella serata di ieri l’ennesimo diniego tedesco, questa volta espresso dal ministro delle Finanze di Angela Merkel, Olaf Sholz: «Il mio suggerimento è di utilizzare gli strumenti esistenti in modo rapido ed efficace e di dare una risposta europea comune».

Il leit motiv è sempre lo stesso: no a una messa in comune del debito pubblico o a qualunque soluzione che possa somigliarle. Sull’uso del Mes, invece, Sholz è sembrato più malleabile: «L’Italia vuole una forte risposta europea alla pandemia, giustamente, e dovrebbe essercene una. Non dovrebbero esserci condizioni insensate, come talvolta accadeva in passato. Non ci sarà una troika nel paese che detta come fare politica». Gli Stati membri dovrebbero avere l’opportunità di prendere in prestito dal Mes, conclude Sholz, «un importo pari al due per cento della loro performance economica, per l’Italia sarebbero circa 39 miliardi di euro».

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