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Si parla tanto di fornire supporto alle imprese che boccheggiano: prestiti, liquidità, contributi a fondo perduto… Ma uno Stato che si rispetti e che abbia rispetto per le imprese che lottano ogni giorno contro i venti contrari della concorrenza e della burocrazia, ha un modo molto facile per soccorrere le aziende che hanno davanti non venti contrari ma la tsunami di una crisi epocale: pagare i suoi debiti verso i fornitori. Non si tratta di noccioline: gli ultimi dati disponibili dicono che la Pubblica amministrazione italiana deve alle imprese più di 50 miliardi di euro. Molto più che in altri Paesi (sia in assoluto che come percentuale del Pil), come dimostra il grafico tratto da una recente analisi di Confindustria (https://www.confindustria.it/home/centro-studi/temi-di-ricerca/valutazione-delle-politiche-pubbliche/tutti/dettaglio/pagamenti-pubblica-amministrazione-ancora-lenti).

I DETTAMI DEL MANUALE

Queste erogazioni aggraveranno il debito pubblico? A parte il fatto che in questo momento la dinamica del debito dovrebbe essere l’ultima delle preoccupazioni, la risposta alla domanda è: sì e no. Qui bisogna fare un passo indietro. Secondo il manuale di contabilità nazionale (Sna, System of National Accounts, un metodo di calcolo sul quale, sotto l’egida delle Nazioni unite, convergono tutti i Paesi) il debito pubblico deve comprendere anche i debiti verso i fornitori. Questo dice il Manuale e questo dice il buon senso. Tuttavia, quando fu negoziato il trattato di Maastricht e si dovettero mettere i puntini sulle “i” per l’esatta definizione di deficit e debiti pubblici, quella di debito pubblico si allontanò da ciò che prescriveva lo Sna, e si decise di escludere il debito verso i fornitori. Questo perché i diversi Paesi avevano metodi diversi per calcolare tale debito e le misure non sarebbero state comparabili.

L’IMBARAZZANTE GRADINO

Esiste quindi una asimmetria nel modo di calcolare deficit e debiti. Il conto economico, essendo costruito secondo la competenza (almeno per le spese correnti) già contiene le spese che fossero eventualmente ancora da pagare, appunto perché guarda all’aspetto economico e non all’aspetto di cassa. Ma, quando si passa al debito pubblico, le spese ancora da pagare non figurano. Ultimamente c’è stata una parziale correzione su questo punto: l’Eurostat ha consentito a far apparire nel debito una parte (minore) dei debiti verso i fornitori, e precisamente quelli che erano stati ceduti pro-soluto a banche o società finanziarie.

Questo porta a uno scomodo gradino al rialzo: quando i debiti verso i fornitori che non erano stati ceduti pro soluto (e sono la grande maggioranza) vengono a essere pagati, il “debito occulto” viene allo scoperto e fa innalzare la misura ufficiale (quella di Maastricht) del debito. Dato che il peso del debito è uno dei parametri più visibili nella performance dei nostri conti pubblici e nell’immagine dell’Italia, questo gradino è imbarazzante. I conti pubblici dicono che il deficit è quello che è ma il debito sembra peggiorare più di quanto sia giustificato dall’andamento del disavanzo.

PROCEDURE D’EMERGENZA

Ma queste sono misere tecnicabilità contabili, che in ogni caso sono spazzate via dall’emergenza in cui viviamo. La Publica amministrazione dovrebbe procedere a un sollecito – anzi, immediato – pagamento di tutte le forniture fatturate dalle imprese. Secondo gli ultimi dati il tempo medio di pagamento da parte della Pa è di 54 giorni, ma questo si riferisce alle fatture pagate e non a quelle non ancora pagate, sicché i tempi di pagamento sono ancora superiori (i termini di pagamento per le Pa previsti dalla Direttiva 2011/7 Ue sono di 30 giorni, con un’eccezione, solo per la sanità, di 60 giorni). Ci sono procedure per permettere alle banche di scontare i crediti delle imprese verso la Pa. Ma si tratta di procedure complesse (richiedono una certificazione) e in ogni caso costose. Meglio che la Pa si attivi, con procedure d’emergenza, per un pagamento immediato – sull’unghia – di quanto le imprese hanno fornito.


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