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«Se un giorno, dio non voglia, casco per le scale e mi faccio male c’è il rischio che mi trovino la mattina dopo cadavere. Qui di pomeriggio non ci passa nessuno. Se penso a quanti impiegati c’erano prima, ai telefoni che squillavano… una confusione che la metà basta. Ora se mi guardo intorno mi sale il magone: solo desolazione».

Nello sfogo di una addetta alle pulizie. al settimo piano di un ufficio pubblico che affaccia sulla vecchia Suburra romana, non c’è solo la malinconia del mondo di prima. C’è l’impotenza di chi, anche volendo, sa che non potrebbe mai fare online il suo lavoro. Ovvero sistemare stanze disabitate da mesi, spolverare telefoni che squillano a vuoto, spazzare pavimenti che non calpesta nessuno.

Invidia? «No, guardi, preferisco tutte le mattine guardarmi allo specchio, vestirmi e uscire di casa. Non resisterei».

Dovrà farci l’abitudine, Laura, (ma il suo nome vero non ce lo vuol dire). Il governo prolungherà lo smart-working fino al gennaio del 2021. Uno spazio bianco, un altro vuoto. Altri sei mesi di paralisi. Chiuse le mense, svuotati i bar, autobus che un tempo scaricavano alle fermate valanghe di passeggeri ne fanno scendere al massimo un paio per volta.

Persino il responsabile delle risorse umane, un funzionario di cui tutti parlano bene, che ogni piccola dell’amministrazione diventava un suo cruccio, lavora da remoto. Si resta a distanza. Sempre e comunque. Ovunque. E l’economia va in frantumi.

Si attraversano corridoi interminabili, si bussa a porte che non apriranno. Sentire il rumore dei propri passi è un viaggio metafisico tra i feticci della vecchia burocrazia. L’unica cosa dell’era pre-Codiv che nessuno rimpiange.

LA PASSIONE PER LE VIRGOLE

Tutto si è rallentato. E ora, dopo i “furbetti del cartellino”, ecco “i furbetti dello smart working”. I colletti bianchi del ministero dell’Economia che dovrebbero scrivere i 12 decreti attuativi del DL liquidità sono perennemente in call conference. Idem per il DL rilancio, quello che dovrebbe far ripartire di slancio – appunto – il Paese. Avrebbe dovuto chiamarsi DL aprile, ma c’è stato un primo ritardo. Poi DL maggio, ma si rifece tardi. Per mettersi in moto servono ben 103 decreti attuativi ma di questi solo 9 sono stati adottati.

I maligni dicono che in questi mesi di forzato lockdown i funzionari abbiamo maturato un rapporto intimo con le virgole. Per toglierle o aggiungerne una ogni volta si fa una riunione in interconnessione. A questo stiamo, poveri noi.

La pausa pranzo un tempo era un rito assolutamente intoccabile. La felicità della casa del tramezzino. Del sushi-bar che aveva appena aperto e che ora dovrà riconvertirsi. Il rito del pranzo con i colleghi è sospeso perché a nessuno fa piacere mangiare da soli. Spariti anche i ticket: ne hanno diritto solo i dipendenti per la presenza: un giorno a settimana, come da rotazione.

TICKET RESTAURANT UN’ECONOMIA SPARITA

Dietro al ticket c’era un mondo. Il baretto, la tavola calda, il negozio di alimentari, un microcosmo che non reggerà altri sei mesi di questa paralisi.
Qualche esercente ha già comunicato ai propri dipendenti che non potrà salvarli. La moglie alla cassa. Il figlio al bancone e si proverà a tirare avanti.

Dai sindacati finora solo silenzi. Nessuno vuole mettersi contro il ceto impiegatizio, i futuri pensionati, tenuti a distanza ma garantiti.
Negli ultimi 10 anni c’è stata una riduzione del 6,2% di dipendenti pubblici. Un colpo del ko. Ha ridotto all’osso un’amministrazione che ha il 14% di lavoratori impiegati nelle amministrazioni pubbliche sul totale degli occupati. Contro il 29% della Svezia, il 22% della Francia, il 18% della Grecia, il 16% dell’UK, il 15% della Spagna. I nostri sono pochi e anche anzianotti. L’età media più alta dell’area Ocse (51 anni). Gli under 30 sono appena il 2,9%.

LE FILE NOTTURNE

In questi giorni le scadenza si sovrappongono. È tempo di dichiarazione dei redditi. E tra non molto sulla testa degli italiani potrebbero piombare le cartelle esattoriali sospese causa Covid. Logico, dunque, che all’Agenzia delle entrate, in via Ippolito Nievo, a Trastevere, nel cuore di Roma, si formi la fila. C’è chi, alle 3 di notte, ritira il suo numeretto. I vigilanti sono costretti spesso a intervenire per chiedere il distanziamento e la mascherina. Una scena notturna e surreale. Anche 100 persone in fila per chiedere chiarimenti che al telefono non si possono ottenere perché all’altro capo del filo non c’è nessuno.

Sergio è uno dei 350 dipendenti in organico. «Eravamo già pochi prima, figuriamoci ora – dice – L’accordo prevede che ogni Area sia coperta. Facciamo un turno a settimana, non ce la facciamo a stare dietro a tutto. Impossibile. Sappiamo già che le dichiarazioni dei redditi inviate ora dai contribuenti non verranno controllate prima di 3 anni, a parte quelle in cui la richiesta di rimborso supera i 4.000 euro. Lavoriamo da casa, ma quando lo smart working è partito avevamo solo 30 pc funzionanti. Questa è una zona piena di uffici e di ministeri: ora è un deserto».

E le ferie? «Ci è stato chiesto di pianificarle fino al prossimo 31 dicembre. Ma in questo momento la cosa più importante è capire che cosa succederà: chi glielo dice a quelli in fila che non è colpa nostra?».

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