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Il vertice UE, Merkel e Conte

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Tempo di lettura 3 Minuti

In un silenzio tombale è passata la prima giornata del vertice tra i capi di Stato e di governo dell’Unione europea dedicato ai piani per la ripresa dopo la pandemia e al bilancio pluriennale 2021-2027.

Per la prima volta da quando seguiamo questi incontri, e sono oltre 25 anni, per almeno 10 ore non è uscita una parola, giusto qualche, ma non più di due o tre, indiscrezione di qualche pietosa persona che era dentro, ma cosine marginali, come il menu del pranzo (pesce).

Poi è giunta la cena, la notte, e il giornale deve uscire, dunque scriviamo mente i leader dei Ventisette sono ancora dentro, con un paio di incontri in plenaria per capire le posizioni negoziali “pubbliche” e tanti, tanti riservatissimi bilaterali.

L’ATTESA DEI MERCATI

La questione è delicata, in ballo c’è davvero il futuro dell’Unione, la vita dei suoi cittadini. C’è una risposta che i mercati finanziari aspettano e che lunedì potrebbero pesantemente punire un fallimento, e c’è la necessità di mostrare unità contro le sempre più pesanti infiltrazioni di Russia e Cina, che lavorano a dividere i partner, a sgretolare l’Unione.

«Non sarà facile», hanno ripetuto, entrando, praticamente tutti i leader, sottolineando le loro determinazione a negoziare. Meglio, se si fallisce, che la colpa sia di qualcun altro, che non ha voluto farlo. Nel giorno del compleanno di Angela Merkel, presidente di turno dell’Unione, le parti sono ancora arroccate sulle rispettive posizioni. Ma c’è volontà di trovare un accordo, al di là della bellicosità di alcune dichiarazioni.

Il presidente del Consiglio Charles Michel, ha stimolato il «coraggio politico» che servirà per evitare un nulla di fatto. «Sarà un negoziato difficile, ma sono certo che sarà possibile raggiungere un accordo», ha detto all’inizio dei lavori. A preoccupare chi il vertice lo deve seguire è stato il leader della Lettonia, Artur Karins: «Sono qui oggi, domani e forse anche dopodomani (domenica, ndr). Voglio risultati e lavorerò finché non li avrò ottenuti».

UN COMPROMESSO DIFFICILE E NECESSARIO

«Serviranno compromessi da parte di tutti gli Stati». Hanno detto Salla Marin (Finlandia), Kyriakos Mitsotakis (Grecia), Juri Ratas (Estonia), Andrej Babis (Repubblica ceca) e soprattutto Angela Merkel. La cancelliera tedesca ha ripetuto il suo invito a «compromessi tra desideri e realtà», a non esagerare con le pretese nazionali, a tenere presente il quadro generale, dal quale tutti dipendono, tutte le economie in particolare. Forse è lei che ha chiesto il «silenzio stampa», per poter lavorare, come ha annunciato, con Michel e il presidente francese, Emmanuel Macron, senza avere fughe di notizie che potrebbero far saltare gli equilibri.

In realtà un accordo lo vogliono tutti, serve a tutti. Benché tutti o quasi abbiano qualcosa da contestare al piano della Commissione e di Michel. Come l’Estonia che fissa le sue linee rosse: «Per noi sono importanti i pagamenti diretti in agricoltura e le connessioni, ovverosia i trasporti», precisa Ratas.

LA LINEA ROSSA DI CONTE

Anche Giuseppe Conte, se qualcuno non avesse ancora capito la sua posizione ripete che: «La nostra linea rossa è che si dia una risposta adeguata e che sia concretamente perseguibile».

Il presidente del Consiglio non vuole il voto all’unanimità dei governi sui piano dei singoli Paesi, perché questo, spiega, renderebbe inutilizzabile il piano, sottoposto a veti incrociati, a possibili ricatti, oltre che a controlli sulla «discrezionalità» delle scelte che spetta ad ogni Paese: «Nessuna arbitrarietà, ma discrezionalità sì», ha ripetuto in questi giorni. E poi, ovviamente, niente tagli al fondo per la ripresa, che si vuole con capacità da 750 miliardi di euro, tante garanzie ed esborsi rapidi.

Conte è molto solidale con il trio Merkel-Macron-Michel che vuole fare da traino. Come anche Portogallo, Cipro, Grecia e Spagna: «Siamo chiamati a trovare un buon accordo, e la Spagna è qui per salvare questo accordo», ha detto il primo ministro spagnolo, Pedro Sanchez.

Chi ancora ieri si ostinava a puntare i piedi era Mark Rutte: «Non sono ottimista», ha voluto dire, per fare un po’ il duro, il premier olandese, l’unico che non si è sbilanciato sulla possibilità di avere un’intesa in questa due giorni negoziale.

La sintesi è stata il «non sappiamo» cosa succederà della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che, indossando una giacchetta rosa di identico colore a quelle di Merkel, ha ammonito, a ragione che «il mondo intero ci sta osservando, e si chiede se l’Europa è in grado di rimanere unita e superare con forza la crisi del coronavirus».


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