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Il premier Conte e la presidente Von Der Leyen

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Alla fine è riuscita a reggere la barca europea. Angela Merkel, presentatasi con grande imbarazzo con lo stesso tailleur color fragola e stessa mascherina bianca della sua allieva von der Layen – quasi una divisa di guardiane dell’Unione – ha portato la traballante barca europea ad un approdo che permetterà ad ognuno di cantar vittoria. Certamente vittoria può cantare chi vede per la prima volta l’Unione assumersi l’onere di finanziare una spesa pubblica comune, spesa che può essere vista o come debito o come investimento, ma che in ogni caso impegna tutto il coro a cantare una stessa partitura.

L’Italia ne esce bene e sarebbe un errore sottovalutare i risultati di questo lungo negoziato. Non solo vengono attribuite risorse, ma queste sono legate ad un comune piano di rilancio europeo, che guarda oltre la pandemia, facendo perno su quegli stessi assi, su cui il Piano della von der Layen aveva basato la propria credibilità, quindi ambiente e digitalizzazione, e quindi ricerca e nuova industria.

Ricordo ancora una volta che questi stessi titoli – ambiente, ricerca, educazione – erano già i capoversi della Strategia di Lisbona, che nel 2000 tratteggiava le linee di sviluppo di un’Europa mai così grande per quella data fatidica, che allora sembrava lontanissima, che era il 2020. Nel 2020 l’Europa, che quella via non aveva seguito, è giunta sul baratro di un nuovo blocco, ma sembra infine che la sfibrante tattica del passo dopo il passo imposto dalla Germania, oggi più che mai azionista di maggioranza dell’Unione, abbia infine riaperto i giochi.

Non di meno i problemi rimangono. I paesi di Visegrad, in cui si insinuano le reti di subfornitura delle imprese tedesche e i cui governi a partire da Orban rimangono all’interno del Partito popolare con la stessa CDU della Merkel, restano estranei alla cultura democratica dell’Unione. I paesi minori – che ricordiamo con la Gran Bretagna avevano costituito un tempo una loro area di libero scambio in concorrenza allora con la CEE – continuano a voler giocare una loro partita separata. I paesi del Sud – Portogallo, Italia, Grecia e Spagna denominati a suo tempo PIGS, cioè “maiali” dai virtuosi paesi del Nord – debbono dimostrare di essere in grado di realizzare le grandi riforme richieste per spendere e non sperperare i denari europei. La Francia infine deve dimostrare di essere effettivamente un partner dello stesso livello della Germania, dato che fra gli uni e gli altri si dividono tutte le cariche rilevanti di questa Unione, dalla presidenza della Commissione a quella della Banca Centrale Europea.

Qui l’Italia ha l’onere più pesante. Ricevuta la promessa di fondi ingentissimi, non per vincere il Covid, ma per uscire dalla stagnazione strisciante in cui siamo ormai da quattro lustri, dobbiamo dimostrare che quel piano di investimenti stilizzato dal Piano Nazionale delle Riforme è non solo realizzabile ma verrà realizzato permettendo a tutto il Sud Europa di superare quello squilibrio che rischia di far deflagrare l’Unione stessa.

Poiché spetta a noi l’onere della prova dobbiamo essere certi che gli investimenti in digitalizzazione, con il passaggio al 5G, l’estensione delle reti ferroviarie, un piano per la sicurezza ambientale ed aggiungerei sismica, si coniughi con quegli investimenti su scuola, università e ricerca, che servono a formare le persone che quegli strumenti debbono utilizzare, perché altrimenti ancora una volta non ponendo al centro le persone avremo disperso l’unico capitale che in futuro farà la differenza, cioè il capitale umano. E infatti proprio sulle reti di formazione, scuola, ricerca e università si giocherà la vera partita del rilancio del Paese, finalmente muovendosi dalla logica della spesa all’impegno dell’investimento.

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