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L'ex Ilva di Taranto

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Tutti ricorderanno gli impegni del presidente Conte, del ministro dello Sviluppo economico Patuanelli, del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Turco in merito alla chiusura positiva del difficile rapporto con il concessionario del centro siderurgico di Taranto; una chiusura positiva che doveva avvenire entro maggio, no entro giugno, no entro luglio, no ora entro settembre.

Penso che è solo ridicolo che uno Stato come il nostro continui a essere preso in giro da una Società che si è rivelata non solo inadempiente ma scorretta. Ora però si pone un problema: da almeno quattro anni, in più occasioni, abbiamo assistito alle seguenti dichiarazioni, alle seguenti critiche formali.

ALTALENA SCHIZOFRENICA

Il contratto iniziale, quello firmato dal Ministro Calenda, anche se legato a un bando di gara internazionale, anche se ampiamente supportato da pareri prodotti da illustri esperti di contrattualistica internazionale, si sarebbe rivelato poco garantista.

Il ministro Di Maio, appena diventato responsabile del Dicastero dello Sviluppo economico, ritenne che quanto firmato dal ministro Calenda era «indifendibile» ed era necessario riscriverlo o, addirittura, annullarlo. Dopo tre mesi di approfondimenti, come già riportato in miei precedenti Blog, l’Avvocatura generale dello Stato ritenne valido quanto sottoscritto dal precedente ministro Calenda e la Società Arcelor Mittal si impegnò a ridimensionare il numero di esuberi
Il ministro Patuanelli invece ha vissuto a cavallo della rivisitazione del cosiddetto “scudo penale”; una richiesta avanzata dall’ex ministra per il Mezzogiorno Barbara Lezzi e che fu condivisa dal governo. In tal modo venne offerta la occasione ad Arcelor Mittal di aprire un contenzioso in quanto veniva rivisitato sostanzialmente il contratto firmato in precedenza.

E su questa schizofrenica altalena siamo praticamente andati avanti per quattro anni con un risultato che tutti possiamo verificare: una produzione dell’impianto non superiore ai 4 milioni di tonnellate e un livello occupazionale diretto non superiore alle 5.000 unità. Un dato, questo, davvero mortificante in quanto da quattro anni siamo in presenza non di una crisi ma di un crollo irreversibile delle attività, non solo del centro siderurgico una volta più grande d’Europa, ma dell’impianto portuale che è passato da circa 800.000 container ad appena 6.000.

ATTO D’ACCUSA

Ma qui prende corpo una vera denuncia, un vero atto di accusa al ministro Patuanelli e al governo: dal mese di ottobre 2019 a oggi, togliendo tre mesi di lockdown, sono in realtà passati sette mesi e ne dovranno passare altri tre se si considera che il tavolo del confronto tra il ministro e la dottoressa Morselli, attuale amministratore delegato di Arcelor Mittal, è stato rinviato nell’autunno: è passato un arco temporale lunghissimo senza raggiungere alcun risultato.

Ancora una volta, le mie banali e scontate previsioni che ho ribadito nei miei blog da ormai tre anni si riveleranno corrette, e cioè: Arcelor Mittal pagherà 500 milioni e andrà via e intanto per almeno cinque anni ha evitato che una Società concorrente potesse produrre annualmente non 4 milioni ma 10 milioni di tonnellate e, soprattutto, lascia un impianto che non ha più alcuna speranza di poter tornare a produrre.

Ho detto prima che le responsabilità sono senza dubbio del governo ma, come ho più volte ribadito in passato, sconcerta l’assenza sia del sindacato, sia degli organi locali, mi riferisco al presidente della Regione, al sindaco di Taranto e ai sindaci del vasto ambito ionico – salentino, un ambito che quando vuole, come nel caso della Trans Adriatic Pipeline (Tap) è in grado di diventare attore a livello nazionale.

PERCHÉ SI ASPETTA ANCORA?

Ho più volte lanciato denunce non generiche ma dirette a rappresentanti storici del sindacato come Maurizio Landini che ancora non ha dichiarato uno sciopero generale a scala nazionale. Non credo che il sindacato non sappia che la mia ipotesi è quasi scontata, non credo che il sindacato non sappia che sta per esplodere una bomba sociale di dimensioni inimmaginabili, non sappia che 25.000 persone in cassa integrazione il nostro Paese è in grado di garantirle per un periodo non superiore a sei mesi, non sappia che la chiusura dell’alto forno significa bloccare per oltre 18 mesi l’impianto, non sappia che una simile lunga stasi annulla tutto ciò che, forse sbagliando, si era pensato di attuare attraverso la Zona economica speciale (Zes). Mi chiedo a questo punto perché si aspetta ancora, perché non si pensa a un progetto organico per il rilancio economico della “area vasta tarantina” da inserire tra quelli del redigendo Recovery Plan.

Un progetto che metta in sicurezza l’attuale impianto e ne assicuri una produzione di 4-5 milioni di tonnellate di acciaio con un limite occupazionale non superiore alle 6.000 unità e contestualmente proponga interventi per la riqualificazione urbana di Taranto e del suo vasto hinterland. Un progetto, quest’ultimo, più volte da me prospettato e il cui costo si aggira intorno ai 4 miliardi di euro.

Sicuramente questa tematica sarà invocata nella campagna elettorale regionale, sicuramente arriverà l’autunno e si riaprirà il confronto tra Patuanelli e Arcelor Mittal, sicuramente la Società Arcelor Mittal alla fine dell’anno andrà via, sicuramente arriveremo fino alla primavera del 2021 bruciando ancora la cassa integrazione, sicuramente però non avremo fatto nulla per evitare un simile fallimento. Insisto, il popolo della mia terra non perdona un simile folle e irresponsabile comportamento.

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