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Il premier Conte in videoconferenza con i presidenti di Regione

Tempo di lettura 4 Minuti

Non si può dire che abbia trovato una grande eco su media, ma l’intervento del presidente Mattarella per i 50 anni dal varo delle regioni a statuto ordinario (quelle a statuto speciale sono contemporanee all’entrata in vigore della Costituzione) è di grande importanza. Non si tratta solo della messa in guardia contro l’assalto alla diligenza dei fondi che devono arrivare dall’Europa: importante, ma in un certo senso di prammatica.

I POTERI LOCALI

Il nodo centrale dell’intervento è stata la sottolineatura dell’importanza di non perdere l’occasione storica per unificare davvero il paese riequilibrandolo: un nodo che rimane da sciogliere dall’unità d’Italia in avanti. Per lungo tempo si era ritenuto che la garanzia per una equa distribuzione delle risorse fosse mettere un grande margine all’autonomia dei poteri locali. Ne fu esempio tipico proprio nei primi anni dell’unificazione la sostanziale marginalizzazione dei comuni dalla gestione dell’istruzione elementare, perché in sede locale, specialmente al Sud, allora si lesinava non poco su quelle spese. Anche in tempi molto più recenti, quando si nazionalizzò l’energia elettrica, un obiettivo primario fu portare così l’elettricità anche al Sud, dove la remunerazione per le compagnie private era assai ridotta rispetto al Nord che la impiegava massicciamente nell’industria.

La regionalizzazione avvenne in seguito di fronte all’incapacità del sistema centrale di impegnarsi davvero per superare gli squilibri territoriali: non solo fra Nord e Sud, ma anche per quel che riguardava i rapporti interni a varie aree regionali. Il principio era: l’autogoverno affidato a poteri più prossimi ai territori spingerà ad operare per uno sviluppo più omogeneo dell’intero paese.

RISORSE NON UGUALI

Questo non è avvenuto e le cause sono varie, ma tra queste c’è indubbiamente anche, come questo giornale ha documentato più volte, uno squilibrio continuo nella distribuzione delle risorse. Ora il tema del peso delle diseguaglianze territoriali sullo sviluppo del paese è conosciuto, certificato e, almeno a parole, condiviso da molti, anche in Europa come testimoniano molti richiami all’Italia perché vi ponga rimedio.

Il presidente della repubblica ha ben presente il problema ed altrettanto sa che l’occasione del grande finanziamento europeo è davvero l’ultima chance storica per affrontarlo. Se si perde questa opportunità, avremo un’Italia squilibrata, il che significa un soggetto debole nella Unione Europea, destinato a finire preda delle mire espansionistiche delle sue economie più forti, che dovranno anch’esse puntare ad espandersi per fare fronte alla recessione post pandemia.

Il tema è di quelli caldissimi per una politica come quella italiana che non attraversa una fase tranquilla. Si intrecciano le debolezze di un quadro parlamentare in continua fibrillazione e le divisioni interne al sistema delle regioni. Può sembrare strano che si parli di questo secondo aspetto nel momento in cui la conferenza delle regioni sembra abbastanza compattata sotto la leadership del presidente Bonaccini, cioè in buona sostanza sotto quella delle regioni padane.

Temiamo che in realtà si tratti di una compattezza trovata semplicemente per l’interesse di tutte le classi dirigenti delle regioni a difendere la loro titolarità alla gestione diretta dei fondi che si aspettano da Bruxelles, sottraendoli il più possibile ad una gestione da parte del governo centrale.

Scontiamo su questo fronte un pregresso di diffidenze e di convenienze sedimentate: diffidenze verso l’equità e l’efficacia di interventi che partano dal centro (tutt’altro che corazzato per resistere ai lobbismi di varia provenienza); convenienza di tutti i ceti politici regionali a gestire in proprio risorse che troppo spesso sono intese come supporto a reti tradizionali di clientela.

Il fatto è che questa volta il paese non può premettersi di fallire quello che è davvero il suo appuntamento con la storia. Non si deve trattare di scambiare assistenzialismo per il Sud con investimenti per il motore economico del Nord, secondo la vecchia battuta di un politico, democristiano se non ricordiamo male, per cui al Sud andavano pensioni di invalidità come se piovesse, perché al Nord andavano i sussidi per le industrie più o meno decotte.

SCELTE TRASVERSALI

Non è questo l’equilibrio a cui deve puntare un paese consapevole che il riequilibrio nel suo sviluppo è la vera garanzia perché questo sviluppo riprenda a beneficare tutti. La politica su questo tema dovrebbe ritrovare una solidarietà trasversale, senza piccoli calcoli di bottega elettorale. Non è tempo per scimmiottare bipolarismi che non esistono nella nostra struttura di paese feudalizzato e disperso, né buttarsi in uno statalismo da parodia. Bisogna fare i conti con i nostri ritardi, con le nostre incrostazioni corporative che si diffondono ovunque come metastasi, con il fallimento di tanti tentativi di stabilire quote, paletti, teoriche perequazioni che non hanno poi mai trovato applicazione nei fatti.

La scelta del presidente Mattarella di non usare la ricorrenza dei 50 anni dal varo delle regioni per una facile retorica sulle virtù dei poteri “locali”, ma per richiamare al dovere di fedeltà al dettato della nostra Carta che vuole per tutti eguaglianza di diritti e di doveri ed eguaglianza di impegno per superare i nostri ritardi nello sviluppo complessivo, è una scelta forte e lungimirante. Toccherebbe a tutti, alla politica “centrale” ed a quella a livello regionale, evitare che si tratti dell’ennesima predica al deserto (un ruolo a cui troppo spesso è stato condannato il Quirinale).

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