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Palazzo Chigi

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Da giorni, assistiamo a un veemente ritorno di fiamma di volenterosi timonieri della nave Italia che, come pugili reduci da un Ko, tornano a confrontarsi con la realtà.
Confindustria, presidenti di Regioni, sindaci più o meno vivaci squadernano ansie e soluzioni confezionando richieste perentorie di priorità per un Nord ansimante. Il tutto avviene per così dire “sotto copertura” del dramma vissuto con la pandemia, argomento comprensibile, legittimo, meritevole di massima assistenza, ma che in questa fase e ancor più in prospettiva si rivela grossolanamente strumentale al non voler fare i conti con il giudizio sul drammatico esito del loro protagonismo prepandemico esercitato in venti anni di insistente accanimento e che ha fatto del Paese un gambero in un’Europa che pur non si muove come una gazzella.

FARO SUL SUD

Loro, e il coro più o meno accademico di editorialisti in servizio permanente effettivo, sentono – si fa per dire – che l’Europa ha deciso che è tempo di darsi una mossa per correre a salvaguardare una propria agibilità nella vitale frontiera Sud, quella euromediterranea. Senza giri di parole ciò significa accendere finalmente il faro sul Mezzogiorno, arrestarne la strisciante eutanasia riservatagli da oltre venti anni di sedicenti politiche di coesione.

Sarà decisivo verificare la sostanza di questa resipiscenza che traspare nelle rigide condizionalità poste all’uso del recovery fund. Sapremo così se la Ue passa dal dire al fare decidendo che non serve e non si deve lasciare mano a chi chiede di riprendere le fila di un disegno del tutto in continuità di quello – spesa storica regnante – con il quale abbiamo marginalizzato il Sud inaridendolo a tal punto da determinare il progressivo declino del Paese, oggi il grande malato d’Europa.

La consapevolezza dell’aria che tira genera appelli perentori che chiedono come assiomatica priorità che il Vento del Nord torni a soffiare, immemori che da anni esso è ridotto a una brezzolina che non alimenta un benché minimo “concorso di idee” per la salvezza del Paese.

I moniti si sprecano (dalla patetica perorazione di Bergamo alle sconsolate preoccupazioni meneghine) a fronte di un Sud che appare sì più reattivo ma poco, anzi per nulla, capace di esprimere un progetto-Paese.

OPERAZIONE VERITÀ

Necessariamente ormai la consolidata sponda sulla quale si attesta il confronto è quella imposta dalla “Operazione verità”, punto di riferimento obbligato, pro-memoria scioccante, incontestabile che mostra con la sintesi dei numeri sulla spesa in euro pro-capite quanto progressivamente concreto sia divenuto il ridimensionamento nei diritti civili e sociali dei cittadini meridionali.

A fronte di una radicale innovazione politica che metta inseme sviluppo e profonde politiche redistributive il rischio oggi è di non comprendere il senso di questa fase non più sostenibile che in audizione parlamentare lo stesso ministro delle Regioni così sintetizza: «… nei vent’anni che abbiamo alle spalle… le risorse che dovevano essere garantite in maniera equa su infrastrutture e sviluppo al Paese, non sono state garantite in maniera equa».

DATI EVIDENTI

A fronte della richiesta che di fatto conferma l’eutanasia in corso, la risposta non può risolversi nel rivendicare – a saldo e stralcio – congrue percentuali per correggere (da oggi in poi, scordando il passato?) le drammatiche evidenze snocciolate in splendida solitudine dal Quotidiano del Sud.

Le congrue percentuali avranno senso se portano a identificare da Sud un progetto-sistema che lo restituisca a pieno titolo e con sicuro decisivo vantaggio al Paese.
Por mano a questa impresa richiede un approccio ben più profondo e strutturale delle “correzioni” e il rischio da sventare è che il faro acceso dall’Europa più che innovare porti a compromessi utili solo a evitare pro tempore, grazie all’abbondanza delle risorse, una strisciante “guerra civile”.

REGIA DELLO STATO

La mutazione deve partire dai luoghi istituzionali che hanno consentito questo scandaloso ventennio. La prima esigenza è quella di smantellare il ben noto sistema oligopolistico strutturalmente e sistematicamente asimmetrico che alimenta le ricorrenti messinscene della conferenza Stato-Regioni.

In primis va ridefinito il ruolo di regista dello Stato, qualcosa di molto più del debole ruolo di arbitro, per cui allo Stato compete governare poco più della definizione dell’ammontare delle risorse lasciandone la ripartizione all’esito del confronto tra i consolidati asimmetrici poteri territoriali che l’accurata interpretazione del criterio della spesa storica consolida e invera alla barba delle leggi e della Costituzione.

Tutto ciò sarebbe molto utile anche per risparmiarci la ripresa dell’usurata discussione che vorrebbe garantire a quei poteri territoriali di cristallizzare i privilegi incostituzionali così ben scolpiti in numeri da quella “Operazione verità” che molto ha contribuito a colpire e affondare la surreale pretesa dell’autonomia rafforzata.

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