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La Borsa di Milano

Tempo di lettura 3 Minuti

Ore decisive per la nascita della rete unica delle tlc seguendo il modello britannico di Openreach: maggioranza in capo all’ex monopolista (nel caso britannico Bt) e azionariato aperto agli operatori del settore e agli investitori protetti da una governance molto rigida per garantire l’indipendenza della gestione e la parità d’accesso. Questo modello in Italia verrebbe replicato mettendo insieme la rete di Tim e quella di Open Fiber.

La Borsa considera il traguardo molto vicino tanto che il titolo Tim ha guadagnato ancora il 5,1% a 0,38 euro. Da questa operazione, secondo gli analisti, potrebbe emergere una componente importante del valore patrimoniale attualmente nascosto nel bilancio del gruppo telefonico. Nelle ultime ore si sono infittiti gli incontri fra Luigi Gubitosi amministratore delegato del gruppo telefonico e Fabrizio Palermo capo di Cdp cui fa capo il 50% di Open Fiber e il 10% di Tim. L’obiettivo è quello di arrivare ad una lettera di intenti entro domenica. Lunedì, infatti, si riunirà il consiglio d’amministrazione di Tim per dare il via libera all’ingresso di Kkr con il 37,5% in FiberCop la vecchia rete in rame che porta il collegamento dagli armadietti in strada fino all’abitazione. Gli americani investiranno 1,8 miliardi. Tim avrà il 58% che potrebbe scendere 50% se Cdp entra nel capitale, 4,5% Fastweb. La mossa è importante perché potrebbe aprire la strada a un piano sponsorizzato dal Tesoro per creare un unico campione di rete nel paese.

L’ipotesi delineata è quella di un percorso di aggregazioni successive in tre passaggi: una volta creata FiberCop valorizzata 7,7 miliardi, sarebbe prevista la possibilità per Cdp di entrare nel capitale apportando Open Fiber, dopo aver raggiunto un accordo con Enel per la sua quota del 50%. Il terzo passaggio sarà un ulteriore conferimento in FiberCop della rete primaria di Tim (dalle centrali ai cabinet di strada).

Per superare le possibili obiezione dell’antitrust Ue, legate all’integrazione verticale, lo schema ipotizzato dovrebbe prevedere una governance condivisa sulla scelta del management in modo da garantire l’indipendenza di accesso a tutti gli operatori e una presenza molto importante da parte di Cdp cui spetterebbe la nomina del ceo e di un presidente esecutivo, con l’inserimento a livello manageriale di molte figure indipendenti. Si parla anche della possibilità di assegnare a Cdp un diritto di veto sulle strategie e sulle scelte di investimento: per esempio città, quartieri ed edifici da coprire.

L’ultima parola, a questo punto spetta a Luigi Gubitosi. Tim accetterà questa soluzione oppure riterrà i vincoli troppo stretti? In questo caso potrebbe far saltare la trattativa e andare avanti per la sua strada finanziando gli investimenti iniziali con l’incasso di 1,8 miliardi ottenuti da Kkr. In questo caso l’Italia si troverebbe con due reti a fibra ottica in concorrenza. Quella di Tim e quella di Open Fiber dal cui azionariato, secondo le ultime indiscrezioni potrebbe uscire Enel. Infatti tra gli elementi da chiarire c’è la posizione del gruppo elettrico il cui amministratore delegato, Francesco Starace, ha sostenuto di essere favorevole a una società di rete unica che non sia verticalmente integrata. Per il 50% di Enel in Open Fiber si è fatto avanti ufficialmente il fondo Macquarie mentre è ancora ufficioso l’interesse di un altro fondo, Wren House. Il prossimo cda di Enel è fissato il 17 settembre.

C’è da registrare anche la lettera inviata da Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia al Corriere in cui l’esponente del centrodestra ha sottolineato come «la rete italiana di telecomunicazioni sia un’infrastruttura strategica che deve essere unica, di proprietà pubblica e su cui gli operatori possono vendere i loro servizi in regime di libera concorrenza». Timori sono stati espressi invece dai sindacati di categoria che hanno inviato una lettera al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte dicendosi contrari all’ipotesi “spezzatino”.


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