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Un cantiere

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In un Paese che nel 2020 rischia di perdere un milione di posti di lavoro, di cui 400mila nel Mezzogiorno, ancora lontano dall’aver recuperato i livelli di Pil precedenti la “lunga crisi”, e su cui la pandemia ha infierito ampliando ancora di più il divario tra le due Italie e nei rispettivi diritti di cittadinanza, i fondi europei del Recovery fund rappresentano l’occasione storica anche per sanare queste fratture e diseguaglianze e innestare un processo di sviluppo del Paese finalmente equilibrato. Anzi, destinare al Mezzogiorno una quota delle risorse comunitarie più consistente rispetto al suo peso naturale – il 34% – permetterebbe al Paese di crescere di più e al Centro Nord di trarne un vantaggio in termini di maggiore domanda per le sue imprese.

Lo mostra chiaramente una simulazione illustrata dal direttore della Svimez, Luca Bianchi, nel corso dell’audizione in Commissione Bilancio sul Recovery Fund. L’associazione ha stimato l’impatto delle risorse europee sulla produttività e sulla crescita concentrandosi sulla quota di aiuti, ovvero sui 77 miliardi che non dovranno essere coperti da maggiori tasse o riduzioni di spesa. La condizione “cruciale” è l’uso quasi esclusivo delle risorse per il finanziamento di investimenti nelle aree di intervento prioritarie indicate dal Next Generation Eu, concentrando almeno il 50% degli investimenti in opere pubbliche. La simulazione considera tre scenari riguardo la possibile allocazione territoriale delle risorse, prevedendo quote crescenti di investimenti nel Mezzogiorno pari, rispettivamente, al 22,5%, 34% e 50%.

Nel primo caso, seguendo il criterio storico, si avrebbe un aumento del Pil nazionale del 3,99%, e in particolare del 4,36% nel Centro Nord e del 2,75 nel Mezzogiorno, con impatto diverso sulla produttività che nelle regioni settentrionali crescerebbe quasi del triplo rispetto al Sud.

Adottando la clausola del 34%, il tasso di crescita nazionale salirebbe al 4,38%, «per effetto – spiega Bianchi – di un moltiplicatore più alto nel Mezzogiorno della spesa per investimenti». La crescita del Pil sarebbe pari al 5,53% al Sud, mentre nel resto del Paese si abbasserebbe di poco, ma si avrebbe un impatto triplo sulla produttività nel Mezzogiorno (1,58%) e un impatto negativo molto basso nel Centro Nord. «In qualche misura – argomenta il direttore di Svimez – l’efficienza della spesa nel Mezzogiorno sarebbe molto più alta di quella quota che toglieremo da una destinazione al Centro Nord».

L’ultimo scenario, con l’attribuzione del 50% delle risorse al Meridione – percentuale ottenuta sommando al 34% e un 16% che potrebbe alimentare il fondo di perequazione nazionale – non avrebbe un impatto significativo su tasso crescita complessivo, che resterebbe sul 4,3 e sposterebbe poco la dinamica del Pil nella due aree, «ma – sostiene Bianchi – avrebbe effetti stabili sulla struttura produttiva del Mezzogiorno rilevanti in termini di produttività».

Nel breve periodo, spiega Svimez, data l’interdipendenza tra Nord e Sud, i maggiori investimenti nel Mezzogiorno alimentano un effetto indiretto sulle produzioni del Nord, attraverso una domanda di beni e servizi necessari alla realizzazione di tali investimenti». L’associazione calcola che per ogni euro di investimento al Sud, si generi circa 1,3 euro di valore aggiunto per il Paese, e di questo, circa 30 centesimi, ovvero il 25%, ricada nel Centro-Nord. Nel lungo periodo, invece, il processo di accumulazione di capitale, dati i rendimenti decrescenti al crescere della dotazione dello stock di capitale, produce dinamiche più sostenute nel Mezzogiorno che al Centro Nord. Anche in questo caso, il modello Svimez evidenzia come posto uguale ad 1 il valore del moltiplicatore nel primo anno di realizzazione degli investimenti, questo cresca di oltre il 70% al Mezzogiorno alla fine del quadriennio, contro una crescita del 10% al Centro-Nord.

Orientare, quindi, verso il Mezzogiorno una quota di risorse maggiore rispetto al suo «peso naturale» potrebbe essere «nell’interesse nazionale per utilizzare questa occasione e risolvere nodi strutturali che hanno inciso sia sul tasso di crescita complessiva del Paese che sui divari nell’erogazione dei servizi che indeboliscono i diritti di cittadinanza – sottolinea Bianchi – Le tante storie di pandemia ci dimostrano che non possiamo più farci cogliere impreparati. Perché se il virus si fosse abbattuto sulle regioni del Sud con la stessa intensità che ha colpito le regioni del Nord avremmo rischiato la catastrofe». Il direttore di Svimez ha messo quindi l’accento sulla spesa consolidata in conto capitale netta e sulla forte sperequazione tra le regioni in termini pro capite che, per esempio, sulla sanità passa dai 30 euro della Puglia ai 148 euro della Provincia autonoma di Trento. Per cui le risorse europee sono «un’occasione storica per recuperare i divari, a partire da quelli nella sanità, da cui il suggerimento di «utilizzare tutte le risorse disponibili, a partire da quelle del Mes».

Le condizioni del Paese impongono un intervento urgente e che non si limiti a un’opera di «manutenzione volto a ripristinare quello che c’era prima della pandemia«. «La crisi italiana è di lungo periodo – afferma Bianchi – le nostre previsioni stimano un calo del Pil nazionale del 9,3». L’impatto sarà forte forte in tutte le aree del Paese, con un calo del Pil stimato al 9,6% nel Centro Nord e dell’8,2% nel Sud che però sperimenterà, si sostiene, una crisi più forte sull’occupazione con un calo previsto del 6% a fronte del meno 3,5% del Centro Nord, che su una stima di un milione di posti di lavoro che si possono perdere nel 2020 indica che 400mila sono collocati nel Mezzogiorno. L’impatto sociale sarà quindi più forte di quello economico su un territorio per cui la Svimez prevede nel 2021 “una crescita più che dimezzata” rispetto al resto del Paese (2,3% contro il 5,4%) che gli consentirà di recuperare solo un quarto del Pil perso nel 2020.

Intanto, per spingere la ripartenza e il riequilibrio del Paese, Svime individua due “macro-priorità”: la prima è il riequilibrio dei diritti di cittadinanza. «Riteniamo che il Recovery Fund sia un’occasione straordinaria, di risorse da considerare a tutti gli effetti ‘aggiuntive’, per cominciare ad avviare un percorso di perequazione infrastrutturale tra le diverse aree del Paese», dice Bianchi. La seconda è un disegno unitario di politica industriale per valorizzare la prospettiva ‘green’, «al cui interno non si può dimenticare l’esigenza di rilanciare una strategia nazionale di carattere euromediterraneo».

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