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L'ex Ilva di Taranto

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La povertà di contenuti della politica trova un calzante esempio a Taranto, città che dovrebbe diventare addirittura la capitale europea del Patto Verde, in base alle intenzioni del nostro PD.

La critica marxista, utile alle politiche industriali, ha lasciato il posto ad un superficiale ambientalismo che serve più a curare ansie da cataclisma planetarie che a conservare, figuriamoci a creare, posti di lavoro. L’obiettivo è quello di decarbonizzare l’acciaieria e fare si che dai camini, con l’impiego di idrogeno, possa uscire acqua al posto di fumi inquinanti.

Da quando gli impianti furono sequestrati nel luglio di 8 anni fa non si fa altro che parlare di roboanti progetti che gettano fumo negli occhi e allontanano la soluzione di problemi che sono complessi.

All’iniziale sbandierata tecnologia del preridotto, nelle ultime settimane è stato affiancato l’idrogeno, sulla spinta di una generale riscoperta, a livello europeo, di una tecnologia ben conosciuta da oltre un secolo. La forza del passato e le basi del futuro, se mai ce ne sarà uno, di Taranto è il ciclo integrale, quello che parte dal minerale di ferro, più buono perché puro, e lo combina con carbone, pieno di carbonio, per sottrarre l’ossigeno del minerale e lasciare solo il ferro.

In Italia esiste solo l’acciaieria di Taranto che fa questo acciaio di alta qualità e lo fa grazie al minerale che per il momento si può lavorare solo con il carbone, non con il gas del preridotto, né, tantomeno, con l’idrogeno dell’ultima moda.

Nel Nord Italia esistono molti impianti che fanno acciaio con l’elettricità, ma usano come materia prima non il minerale, ma i rottami, ferrovecchio. Fare l’acciaio partendo dal minerale con l’elettricità è impossibile. Nel mondo, però, alcuni fanno acciaio partendo dal minerale usando del gas al posto del carbone, per fare una ghisa spugnosa, il preridotto, che poi si può lavorare con l’elettricità. Questa soluzione è quella su cui si appoggiano da anni i fautori della rivoluzione a Taranto, che però non spiegano che se la può permettere solo chi ha tanto gas a costo zero, come l’Iran, la Russia o l’Arabia Saudita.

Noi di gas ne avremmo anche parecchio sotto terra, anche a pochi metri nel mare di fronte a Taranto, ma gli stessi rivoluzionari sostengono da tempo che il gas non serve perché presto arriveranno le rinnovabili. Che importa se nel frattempo continuiamo ad importarne per grandi volumi dall’estero sborsando 5 miliardi di euro all’anno che vanno soprattutto alla Russia di Putin.

Nel mondo su oltre 1800 milioni di tonnellate di acciaio prodotte annualmente, quelle fatte con il gas attraverso il preridotto sono 80 milioni e tutte in paesi dove il gas costa zero.

Un po’ logorata l’idea del preridotto, forse per il gas che ha comunque del carbonio, o forse per la complessità del processo, ecco che nelle ultime settime compare l’idrogeno, da usare sempre al posto del carbone per sottrarre l’ossigeno al minerale nella prima fase di lavorazione.

Qui l’idea è ancora più suggestiva, in quanto idrogeno e ossigeno si combinano e formano acqua che esce facilmente dal camino.

Il principio è sempre quello che giustifica l’entusiasmo per l’idrogeno, l’elemento più abbondante dell’universo, quello che, combinato con l’ossigeno, in H2O, copre i 3 quinti del nostro pianeta e che pertanto dovrebbe essere chiamato acqua non terra.

La poesia finisce qui, perché l’idrogeno ha costi di produzione troppo alti: quello che si produce attualmente, quasi totalmente nelle raffinerie di petrolio come quella di Taranto di fronte all’acciaieria, ha costi di 50 euro per megawattora, che salgono a 200 euro se si vuole, come nelle intenzioni della capitale verde Taranto, di farlo con le fonti rinnovabili, eolico e fotovoltaico.

Tali costi vanno confrontati con gli 11 euro per megawattora che attualmente costa il gas, prezzo molto basso per una congiuntura da pandemia, e con i 6 euro del carbone. Fare politica industriale senza fare questi conti, certamente della serva, è utile ad una politica fatta di annunci, che cerca facili consensi, ma che non vuole riflettere su problemi complessi. Saperlo è già un passo avanti.

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