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Non vogliono che il premier Conte annunci i suoi  Dpcm in tv, come durante il lockdown. Si lamentano e mettono le mani avanti: “Troppo ansiogeni”. In compenso un giorno sì e l’altro pure entrano nelle case degli italiani affacciandosi dal solito oblò per criticare nel 99% dei casi l’operato di Palazzo Chigi. Se le misure adottate dal governo sono restrittive loro vorrebbero fare il contrario e allentarle. Se sono tenere darle una stretta. L’importante è che si parli di loro, i super governatori in piena luna di miele post-elettorale. E se le telecamere del servizio pubblico per qualche ora li snobbano, se i talk-show delle private scarseggiano in ospitate, eccoli sui social a raccogliere like manco fossero youtuber.

BONACCINI SMENTISCE BOCCIA “IL DPCM? PARERE CONDIZIONATO”

C’è sempre una prima volta.  Mai prima d’ora, cioè da quando la Conferenza delle Regioni e delle Province autonome di Trento e Bolzano è stata fondata, si era usata la formula del“parere condizionato”. Ma ieri, mentre il ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia dichiarava che c’era stata la massima condivisione intorno al provvedimento  del governo, il  suo collega dem Stefano Bonaccini lo smentiva. Spiegava, in una nota, che quello dei presidenti era sì un giudizio positivo ma anche “un parere condizionato”. A che cosa? «Ad adeguate forme di ristoro per i settori e le attività economiche che saranno interessate dalle limitazioni introdotte dal decreto».  Tradotto vuol dire: dare soldi, vedere cammello.  Vogliono che venga chiarito – e su questo non possiamo dargli torto – il concetto di “festa”. E i residenti si riservano di valutare l’impatto che nei prossimi giorni si avrà sul trasporto pubblico. In una lettera inviata al presidente del Consiglio Conte, al ministro della Salute, Speranza e a Boccia  chiedono “urgenti misure”: l’allargamento dei test utilizzabili per una efficace e più ampia azione di prevenzione, anche attraverso prodotti che siano già certificati dalle autorità sanitarie di Paesi G7; il restringimento del periodo di quarantena rispetto ai tempi previsti e il tampone unico negativo per certificare la fine del periodo di contagiosità.

IL DIKTAT DI LUCA ZAIA “SULLA SCUOLA DECIDO IO”

Tutto bene? Tregua armata? No. Perché nonostante i ripetuti inviti a declinare sul terreno i provvedimenti non sembra che finora si sia tenuto sufficientemente conto del vero nodo della questione. Le differenze e delle disuguaglianze territoriali. La spesa sanitaria al Sud ha subito un tracollo, un terzo di quella del Nord-Est. Lazio e Campania mediamente stanziamenti pari alla metà della media nazionale.  Si può trattare allo stesso modo nella gestione della pandemia le regioni più ricche e quelle che invece stanno a cavalcioni sull’abisso. Chi ha migliaia di posti di terapia intensiva e chi ne ha 78 (Basilicata)?  E non sarebbe forse questa la naturale vocazione della Conferenza-Stato regioni?

La Campania è in questo momento la regione del Mezzogiorno più a rischio. Ieri altri 635 nuovi casi di coronavirus in seguito all’analisi d 7.720 tamponi. La percentuale dei positivi preoccupa sempre di più a fronte di una disponibilità di posti letto di terapia intensiva assai limitata (735).  Solo ieri ci sono stati altri 63 nuovi ricoveri e sei decessi.  

Ad alzare la voce a livello istituzione non è il governatore campano Vincenzo De Luca, uno che con le sue uscite sui social spesso sfugge a qualsiasi codice di rappresentazione, ma il suo omologo veneto Luca Zaia: «Voglio svelarvi un piccolo segreto – ha rivelato – la questione della didattica a distanza per le scuole l’ho posta io. Ma era un po’ fuori tema, non era in discussione nel Dpcm. La sua proposta, limitata alle classi degli ultimi 2-3 anni delle superiori, rispondeva al problema dell’affollamento dei trasporti pubblici». In Veneto ci sono 707 mila giovani che ogni giorno vanno a scuola con i mezzi pubblici. «Se pensassimo alla didattica a distanza – ha proseguito il governatore veneto – in alternanza un giorno sì e un giorno no, una settimana sì e una settimana no, verrebbe tolta tanta pressione dai trasporti».

In alcune regioni – ad esempio il Lazio – già si faceva. Ma tant’è.  Zaia mette in riga anche la ministra dell’Istruzione Azzolina: «Leggo che la ministra dice “non se ne parla”. Ok, vedremo, se magari le cose dovessero peggiorare speriamo di non tornare a chiudere le scuole».   

E Francesco Boccia. Il ministro. Smussa. Lima. Media. Getta acqua sul fuoco. «Quello della didattica a distanza – dice – era solo una proposta di alcune regioni legata all’eventuale appesantimento dei trasporti, io sono per lasciare gli studenti a scuola senza discussione».  Governatori permettendo, però.
I rapporti di forza sono cambiati. E il fronte lombardo-veneto-ligure trova in Stefano Bonaccini, presidente della Regione un prezioso alleato: «Chiaro che dover chiudere a mezzanotte o alle 21, interrompere all’esterno dei locali il servizio di bevande qualche danno lo dà – osserva Bonaccini –   Però, dentro un quadro di rialzo della curva epidemiologica che ci deve tutti quanti preoccupare, e per quanto contenuto un rialzo in terapia intensiva, credo sia giusto darsi l’obiettivo di misure limitate».

IL PRESIDENTE TOTI: DPCM DA RIFARE   

Chi va giù duro è il governatore ligure Luigi Toti. Incalzato dal suo ex sfidante Ferruccio Sansa, che minuto per minuto posta dal letto di casa sua la cronaca della sua malattia, mostrando tutte le crepe del sistema sanitario locale,  l’ex anchorman di Mediaset risponde su Facebook contestando il nuovo Dpcm: «Speriamo che il governo torni sui suoi passi, riapra il confronto e modifichi il documento, accogliendo i nostri suggerimenti: chiudere laddove si potrebbe tenere aperto e aprire dove si vorrebbe chiudere».  Uomini contro. Come volevasi dimostrare.  

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