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Andrea Orlando

Tempo di lettura 7 Minuti

Dalla sua postazione di ex ministro dell’Ambiente ed ex ministro della Giustizia, Andrea Orlando, 51 anni, spezzino, può dire quello che a molti in questi giorni è consigliato tacere.  Ad esempio, che qualche criticità nella gestione della pandemia c’è stata. Che alla programmazione non è seguito un controllo.  Che la sanità frammentata così com’è non può funzionare, che alcune regole andrebbero riscritte. Che molti governatori si sono “allargati” recitando un ruolo che non gli spetta e il Titolo V andrebbe riveduto e corretto. Che i fondi del Recovery fund devono servire per rilanciare le aree arretrate del Mezzogiorno e l’ultima parola spetta allo Stato.  

Onorevole Orlando, da più di otto mesi è iniziata la pandemia. E d’allora non c‘è giorno che non vada in scena il teatrino del governo che attacca i governatori e viceversa. Non sarebbe il caso di spiegare ai presidenti delle regioni che il nostro Paese non è uno Stato federale?

 «Nei giorni del lockdown entravano nelle case degli italiani prevalentemente tre figure: il presidente del Consiglio, il presidente della regione e i sindaci.  Ma quello che si seguiva con più attenzione era il presidente di regione perché era quello che governava la sanità. Un affidamento che ha creato anche consenso. Questo consenso, per così dire, “congiunturale” è stato scambiato per un consenso consolidato e ora si è trasformato, in alcuni casi, in delusione. E alcuni governatori pensano di scaricare questa delusione sugli altri livelli istituzionali. Però attenzione: questa tensione è certamente anche frutto del modo in cui è stato scritto e applicato il Titolo V. Senza una clausola di supremazia e con una progressiva trasformazione delle regioni, da enti di raccordo a enti di gestione».

 I presidenti delle regioni ormai contano più dei sindaci delle grandi città. Com’è possibile?

«Si, credo anch’io che ci vorrebbe un potenziamento delle città metropolitane, che peraltro hanno una dinamica economica che ormai in qualche modo e in diverse realtà prescinde dalla regione circostante, specie nell’epoca della globalizzazione. C’ è quindi l’esigenza di rivedere il rapporto tra città e regione. È assolutamente una questione urgente».
   
Lei ha parlato di un patto sulla sanità. Ma forse non basta. Non crede che, come molti sostengono, andrebbe riscritto il Titolo V?

 «Non sono un fan del Titolo V, ma più di quello che c’è scritto, conta il modo in cui si è creata nel corso degli anni una burocrazia regionale molto pesante. Un centralismo regionale che ha enfatizzato questa divaricazione. I presidenti di regione si sono definiti governatori ma in verità la figura cui si sono spesso ispirati è quella di sindaco della regione. Una sorta di duplicazione della figura del sindaco. In questo senso ha giocato molto il modo in cui le regioni hanno cercato di diventare enti di gestione amministrative diretta. Per quanto mi riguarda, ho sempre pensato che fosse necessaria la clausola di supremazia, e questa è anche una delle ragioni per cui ho sostenuto il referendum del 2016. Dopodiché, in attesa di una riscrittura, forse sarebbe necessario trovare ora un accordo sul metodo».

Un esempio pratico?

 «Per questioni che riguardano gli investimenti europei l’ultima parola la dice lo Stato».

 Un patto con il partito dei governatori? Si dà il caso però che da noi la cultura della coabitazione non esista.

«Sicuramente è vero che nel nostro Paese abbiamo avuto una difficoltà ad individuare un assetto stabile dei diversi livelli istituzionali. L’Italia nasce con i comuni. Le regioni vengono soltanto a posteriori. Avrebbero dovuto essere enti di raccordo e di programmazione sono diventati soggetti che talvolta si sono posti in concorrenza. E questo ha creato più problemi che soluzioni.»

 Quindici regioni governate dal centrodestra e cinque dal centrosinistra. Ormai lo scontro con l’opposizione è diventata una disputa tra governo e regioni.

«È possibile ma soltanto in parte. Credo che, oggettivamente, la vicenda riguardi più la tensione tra livelli istituzionali che il rapporto tra maggioranza e opposizioni. Si sono realizzati livelli di collaborazione molto forti con governatori di centrodestra ma anche conflitti con governatori di centrosinistra. Il problema solo in parte è sovrapponibile alla dialettica maggioranza opposizione. C’è un tema di difficolta a trovare equilibrio tra i due livelli, dovuto anche ad un non pieno esercizio della funzione dello Stato in ambito sanitario. Lo Stato, in questi venti anni, è intervenuto più spesso per commissariare per ragioni finanziarie che per guidare i processi di trasformazione o di riforma o di competizione virtuosa dei diversi sistemi sanitari».

Lei è vicesegretario del Pd.  Ammette che il suo partito ha sbagliato quando ha pensato che si potesse rincorrere la Lega sul terreno dell’autonomia differenziata?

«Diciamo che a quella prima risposta ne sarebbe sicuramente dovuta seguire un’altra. Si pensava con quel nuovo assetto di assorbire le asimmetrie nello sviluppo del Paese e al tempo stesso rafforzare i poteri dello Stato centrale e superare le sperequazioni tra Nord e Sud. Ma questo processo non c’è stato. E alla fine, il “regionalismo spinto” ha finito per aumentare le distanze piuttosto che ridurle».

Nel Pd hanno pesato molto anche certi influencer: i Bonaccini, i De Luca…

 «A me non piace fare una personalizzazione. Credo però che il problema risalga a prima di loro. Non nasce con loro. Nelle regioni si è introdotto una forma di governo molto più stabile di quella centrale. Un presidenzialismo regionale senza averlo a livello centrale o qualcosa di simile che bilanciasse. Questo ha spinto ad una forte personalizzazione sulla figura dei governatori locali e ha esasperato alcune dinamiche, anche con alcune tentazioni e pulsioni populiste. Questi giorni hanno accentuato alcuni aspetti. Il problema, però, risale a quando negli anni ‘90 e all’inizio del secolo si sono introdotte queste trasformazioni. Prima della riforma se si chiedeva alla gente chi fosse il presidente della regione si faticava ad avere una risposta».

 È un fatto però che quando Bonaccini rincorreva Zaia sul tema dell’autonomia differenziata nessuno di voi Dem gli abbia detto: dove vai, alt, fermati!
 
«La discussione sull’autonomia differenziata il Pd ha cercato di affrontarla tenendo insieme l’efficientamento della spesa e la perequazione. Non per questo dico che non siano proseguite le spinte degli anni ‘90. Però, tornando a fatti più attuali, se dobbiamo trarre un insegnamento dal Covid allora qualche riflessione la dobbiamo fare: avere 20 sanità diverse con velocità diverse abbiamo visto che problemi provoca. L’aggressione del virus ha riguardato tutte le regioni ma ha portato a 20 risposte diverse. Mi auguro che la discussione dopo il Codiv non sia la stessa di prima e che si faccia tesoro di molte cose che sono successe. Così come credo che si debba affrontare il tema senza confronti tra modelli astratti ma in modo molto in concreto. Il tema che va affrontato oggi è quali sono le forme istituzionali migliori per poter spendere i soldi del Recovery che arriveranno. Se Bisogna fare un salto di qualità infrastrutturale e ambientale e questo non può avvenire se ci sono venti politiche delle infrastrutture diverse e venti politiche energetiche diverse».
 
A proposito di Recovery. Il ministro per il Mezzogiorno e per la coesione territoriale Beppe Provenzano ha parlato di big push per il Sud ma c’è già chi mette le mani avanti e dice: “Mancano i soggetti che possano portare avanti i progetti”.
 
«Non so chi abbia preso queste posizioni. Faccio notare però che contrastano con le attività del Recovery. Una delle linee fondamentali è la riduzione delle asimmetrie e delle disuguaglianze sociali e territoriali. In quel caso noi prenderemmo i soldi dell’Europa per fare una cosa ma faremmo esattamente il contrario. Se non fosse di per sé ingiusto questo sarebbe impossibile. Non si capisce come si possa sostenere una cosa di questo genere. In più c’è il piccolo problema che noi abbiamo accesso a quei fondi proprio perché ci sono aeree del nostro Paese che hanno ritardi economici e sociali.  Quindi mi sembra che a quella obiezione vada data una risposta diversa dal “non investite al Sud”. Al contrario, vanno create le condizioni perché ci siano soggetti affidabili in tutto il Paese». 
 
Il Sud avrà un ruolo da protagonista. Lei ci metterebbe la mano sul fuoco?
 
«Non lo dobbiamo decidere noi. È la finalità stessa del Recovery fund».
 
L’umore del Paese è cambiato. Il modo in cui è stata gestita l’emergenza nella seconda ondata lascia molto ma molto a desiderare. Anche il Lazio di Zingaretti – diciamolo – non si può certo definire “un modello”. Il governo è disposto ad ammettere i suoi errori?
 
«Penso che molte regioni abbiano scommesso sulla fine della pandemia. Si aspettavano che la seconda ondata fosse più tenue. E questo spiega le linee che hanno tenuto, non tutte e non certo Zingaretti, ma la maggior parte, per l’attenuazione delle misure restrittive. Se pensiamo ad esempio al Tpl, alla questione degli stadi del calcio, alle deroghe richieste via via. Ora cercano di risolverlo dicendo che quando lo Stato stringe, stringe troppo e quando stringe meno, stringe poco. Cercano insomma di riposizionarsi per far dimenticare questa linea che hanno tenuto durante tutta l’estate».
 
Dunque, nessuna critica al governo?
 
«Siamo stati investiti da una seconda ondata che è stata sottovalutata da tutta l’Europa e dalla comunità scientifica. Se devo fare un rilievo però è che all’indicazione di strategia non sempre è seguita una verifica. Non c’è stata una sufficiente capacità di controllo all’altezza di questo passaggio. Quando si dice E che le regioni non hanno acceso le macchine da un lato si evidenzia in definitiva un limite delle regioni ma dall’altro si ammette una difficoltà dello Stato a controllare i processi».

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