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La sede nazionale del Pd

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La politica è riuscita a rovinare una grande banca come Unicredit. Ha completato il lavoro che le gestioni degli ultimi dieci anni avevano già iniziato. Non a caso le quotazioni sono crollate del 90% rispetto ai massimi. Negli ultimi quattro anni segnati dalla gestione di Mustier poche volte le quotazioni sono riuscite a superare la soglia dei dieci euro del maxi-aumento di capitale da tredici miliardi di tre anni fa. Adesso il comitato nomine è alla ricerca del successore. A decidere sarà lo stesso consiglio d’amministrazione che in questi anni ha avallato le scelte del capo azienda. Il risultato è sotto gli occhi del mercato internazionale. Il progetto della banca paneuropea non andato in porto, i gioielli sono stati ceduti: dai fondi d’investimento di Pioneer andati ai francesi del Credit Agricole, a Fineco (un modello di banca on line che ha avuto successo prima di tutti gli altri) la partecipazione in Mediobanca che, come dimostra la scalata di Leonardo Del Vecchio ieri arrivato all’11% resta il crocevia di tutti gli affari. A questo si aggiunge l’intenzione dei soci esteri di lasciare al proprio destino le attività italiane, la competizione con Intesa che, dopo Ubi, è diventata la presenza di riferimento sul mercato.

I partiti, e segnatamente il Pd con la sua arroganza è riuscito a far passare in secondo piano questi errori. Tutto per salvare a ogni costo Mps tradizionale feudo della finanza “rossa” fatta dagli eredi del vecchio Pci. Alla fine del 2016 viene comprata dallo Stato per evitare che fallisca. Al governo c’è il Pd, al ministero dell’Economia Pier Carlo Padoan. Dopo 4 anni, e dodici miliardi dei contribuenti gettati al vento, a Palazzo Chigi ci sono di nuovo i Dem e il Monte è ancora lì. Più malandato di prima.

L’azione è scesa da 4,28 a poco più di un euro, il contenzioso viaggia intorno ai 10 miliardi, le montagne di crediti marci si sono smussate solo grazie all’intervento della idrovora pubblica Amco e i conti dei primi 9 mesi dell’anno hanno registrato una perdita di 1,5 miliardi. Che fare? Qui entra in gioco Unicredit. Tolta Intesa, che ha già dato con le banche venete e si è comprata Ubi, l’unico gruppo con le spalle abbastanza larghe è quello di Gae Aulenti. Mustier resiste. L’ala “bancaria” del Pd è sempre molto forte (ricordate Fassino “Abbiamo una banca”?). Ha fretta di liberarsi della patata bollente. Sia per non scontentare la Bce sia per evitare che scoppi un fallimento che sarebbe addebitato agli ultimi eredi della “finanza rossa”.

Ed ecco cosa accade. Piercarlo Padoan, il ministro del Tesoro che aveva salvato Mps con soldi pubblici passa dal Parlamento alla presidenza di Unicredit. Solo Ciriaco De Mita, nel 1986 aveva avuto tanta arroganza nominando Roberto Mazzotta, parlamentare e vice segretario della Dc alla testa di Cariplo. Nel frattempo al governo preparano un altro salasso per i contribuenti. Vengono stanziati nel decreto ristori 1,5 miliardi, e nella finanziaria spunta uno sconto fiscale di circa 3 miliardi. E dal Tesoro, dove il direttore generale Alessandro Rivera lavora da gran regista giunge notizia che potrebbero arrivare altri quattrini (circa 1 miliardo) per sminare i ventilati 6mila esuberi provocati dalle nozze. Il cda, evidentemente non insensibile alle pressioni di Via XX Settembre, mette il suo capo in minoranza. Ci sarà tempo e modo per capire i dettagli della vicenda. Ma gli effetti dell’operazione sono già ben visibili.

La seconda banca italiana, rimasta da un giorno all’altro senza guida, è stata travolta dalla furia del mercato: 2,5 miliardi persi in due sedute a Piazza Affari. Una mazzata che ha spinto il cda a far sapere che «non sarà mai accettata nessuna operazione che possa danneggiare la sua posizione patrimoniale».

Dall’estero il giudizio è questo: «I governi non dovrebbero forzare le banche ben gestite a ripulire gli errori di quelle mal gestite. Altrimenti», scrive il Financial Times, «le direzioni di viaggio per gli investitori saranno opposte a quelle dell’epoca imperiale: tutte le strade condurranno lontano da Roma».

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