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Spighe di grano come il petrolio, olive e pomodoro come l’oro e semi come i diamanti. La nuove miniere  sono i campi. L’emergenza Covid sta sempre più convincendo i Paesi sviluppati della  necessità  di preservare l’agroalimentare. La strategicità del cibo è infatti diventata  un valore acquisito e quando si parla di sovranità nell’agroalimentare è lontana qualsiasi ideologia  che possa riportare all’autarchia.

Agricoltura e agroalimentare non sono più considerati settori maturi da abbandonare ai Paesi meno avanzati. La pandemia ha chiarito infatti che lo sviluppo di una nazione si misura anche dalla sua capacità di garantire medicine (e vaccini) e cibo.

Da tempo si sta  affermando una rivoluzione culturale finalizzata a  riportare  al centro la produzione agricola. In Italia i numeri confermano l’agroalimentare cosiddetto allargato, dal campo alla ristorazione, la prima attività produttiva, con un valore di oltre 530 miliardi e  la capacità di creare anche occupazione.

GOVERNANCE MUTATA

 Nei campi ci sono dunque opportunità di sviluppo e lavoro . Il Covid ha accelerato il processo, ma in un certo senso ha  anche messo in luce  nuove problematiche sui futuri scenari. Lo sviluppo industriale e l’innovazione hanno gradualmente depauperato le campagne. E non è certo un caso che oggi l’agricoltura sia diffusa soprattutto al Sud, dove investimenti e sviluppo hanno marciato con molta lentezza portando solo  poche   grandi cattedrali, spesso non troppo stabili.

L’agricoltura, Cenerentola per anni, ora è pronta a prendersi la rivincita. E la riscossa potrebbe ripartire proprio da quel Sud dove sono stati mantenuti intatti saperi e sapori  e da dove proviene la maggior parte degli ingredienti della Dieta mediterranea.

 Ma il mondo è cambiato e soprattutto è cambiata la governance dei fattori produttivi. Perché, mentre i Paesi avanzati abbandonavano le loro terre, le multinazionali più scaltre e avvedute hanno  continuato a investire sul settore.  E oggi non bisogna abbassare la guardia.

Il caso Africa è emblematico. Prima il monopolio dei semi e della tecnica, poi lo scippo delle terre,  il famigerato land grabbing.  L’Europa non è l’Africa, ma la partita rischia di diventare anche nei nostri territori molto complessa. E pericolosa. La miniera del cibo e il business miliardario che le ruota intorno rischiano di mettere all’angolo i soggetti più deboli.

Un’analisi  sull’attuale situazione del mercato degli input e dei servizi all’agricoltura, realizzata dalla Fondazione  Divulga, evidenzia che nel mondo 2 semi su 3  sono controllati da un gruppo di multinazionali che ne gestisce la distribuzione, il prezzo, l’utilizzo e la  conservazione, con un oligopolio che pesa sulla produzione di cibo e sulla sovranità alimentare dei singoli Stati in un periodo segnato dall’emergenza Covid. Tre sole multinazionali governano infatti  il 75% del mercato degli agrofarmaci e il 63% di quello delle sementi.

L’OLIGOPOLIO

Le mani di pochi, dunque, si allungano su una ricchezza da cui dipende benessere e pace sociale. Oggi più che mai servono garanzie su qualità e  sicurezza di quello che si porta in tavola, ma anche e soprattutto sulla disponibilità.

Le scene degli assalti ai supermercati nella prima fase della pandemia, e non solo nei Paesi più poveri,  sono ancora  negli occhi di tutti. La Fondazione Divulga ha acceso i riflettori sulle conseguenze che potrebbe provocare il processo di una  concentrazione spinta dei fattori produttivi che si sta registrando nell’agricoltura.

Per valutare la situazione nei singoli settori – spiega lo   studio di  Divulga – si fa riferimento a un parametro chiamato CR4 che indica il peso dei primi quattro protagonisti di un  comparto: con un valore inferiore al 40% i mercati sono considerati competitivi, con un CR4 tra il 40% e il 60% sono considerati moderatamente concentrati, mentre oltre il 60% sono ritenuti altamente concentrati. 

A  livelli di concentrazione più elevati corrispondono rischi più alti di funzionamento oligopolistico dei mercati. Ebbene, il grado del 66% si raggiunge negli ortaggi, nel caso dei semi per pomodori si  supera il 65%.

LE MAXI-AGGREGAZIONI

Bayer, ChemChina e Corteva coprono una quota pari a circa il 50% sia per gli agro-farmaci che  per le sementi. L’orientamento delle multinazionali è finalizzato a rafforzare la dimensione verticale della propria presenza sul mercato e, secondo quanto sottolinea il report,  molte delle fusioni  e acquisizioni  degli ultimi anni sono state realizzate in questa direzione.

La recente operazione Bayer-Monsanto, per circa 70 miliardi di dollari,  è stata molto pubblicizzata, ma non è la sola.  Dalle aziende,  anche  piccole,  che negli anni Settanta animavano il mercato delle sementi, si è arrivati a pochi colossi. 

«I principali produttori di chimica per l’agricoltura – scrive Divulga –  hanno iniziato a  investire in questo settore attraverso operazioni di acquisizione e fusione che hanno poi facilitato il processo di standardizzazione dei semi in base ai corrispondenti trattamenti chimici».

 L’ultima serie di aggregazioni, per le cifre messe in campo,  rientra  tra le più importanti degli ultimi 20 anni, come la nascita di Corteva Agriscience, una fusione del valore di oltre 130 miliardi di dollari che ha unito due giganti come Dow e Dupont, oppure  l’acquisizione delle azioni Monsanto da parte di Bayer per un valore  di quasi 50 miliardi di dollari, e ancora l’acquisto di Syngenta per 43 miliardi da parte di ChemChina che segue altre operazioni portate avanti dal colosso cinese, come quella con l’israeliana Adama.

IL RISCHIO DIPENDENZA

Insomma, la rivoluzione verde c’è stata, ma ben lontana dai modelli sperati. E  lo strapotere delle multinazionali non si è limitato alle sementi, ma ha interessato anche i mezzi tecnici e oggi quelli digitali. Con il rischio evidente che la governance in poche mani porti alla omologazione, ma anche alla morsa della dipendenza. 

Per un’agricoltura come quella italiana, che ha nella qualità, nella sicurezza e soprattutto  nella distintività il suo vero valore aggiunto, sarebbe la fine. Lo sarebbe per i coltivatori  che, nonostante le tante difficoltà, hanno continuato a credere nella terra, ma anche  per i cittadini-consumatori.

Ci sono poi valutazioni economiche. Già oggi il mercato delle materie prime è segnato dalla volatilità che ha sempre e solo penalizzato gli agricoltori. Così come il gap logistico che, per esempio, mette fuori combattimento l’ortofrutta made in Italy che non riesce a reggere la concorrenza di  quella spagnola. Investire è certo l’unica opportunità per superare le criticità.  Ma oltre alla cronica mancanza di liquidità delle imprese  c’è anche l’esigenza di una consulenza adeguata.

Oggi la partita si gioca sull’innovazione a 360 gradi, dalle nuove tecnologie nel campo delle sementi, ai  fertilizzanti e all’agrochimica, con soluzioni finalizzate a migliorare produttività ed efficienza e,  soprattutto, a garantire la  sostenibilità ambientale. 

Una partita hi tech che,  per quanto riguarda  il risparmio idrico, si affronta con sistemi di irrigazione che, oltre a ridurre lo spreco, possano aiutare  la produttività, mentre  sul fronte delle  attrezzature agricole  si gioca sugli  strumenti  della precision farming, come  droni e  sensori. 

Insomma, abbandonarsi nelle braccia solide delle multinazionali potrebbe essere l’unica scelta. 

INNOVAZIONE MADE IN ITALY

In questo modo, però,    a farne le spese alla fine sarebbe quella tipologia di impresa familiare  che ha fatto grande l’agricoltura italiana e che oggi,  in tempi di globalizzazione spinta, è l’unica con le carte in regola per  continuare a svolgere il  ruolo di custode  delle produzioni sostenibili e di qualità.​ 

Bisogna dunque attrezzarsi per costruire un’alternativa solida, ma rigorosamente made in Italy. In Italia ci sta provando Cai (Consorzi agrari d’Italia) che, con un progetto realizzato con Bonifiche Ferraresi, si  presenta  come   l’unico polo di riferimento per centinaia di migliaia di aziende diffuse  su quasi tutto il territorio, comprese le aree più difficili, a sostegno  dello sviluppo e della competitività dell’agricoltura italiana.

 Con la creazione di   un’unica centrale di acquisto si punta a  tagliare i costi aziendali e a creare le condizioni per aggredire i mercati tramite vendite online e nuovi canali. Con le economie di scala si darà ossigeno alle aziende, mentre l’aggregazione consentirà di varare   progetti strategici nel campo dell’agricoltura di precisione e della valorizzazione dei big data.

 Con il nuovo progetto, sostenuto da Coldiretti, l’obiettivo è di rendere Cai   un provider di servizi completi, compresi quelli finanziari, per la nuova agricoltura italiana che investe sui valori del territori  ma guarda ai mercati mondiali.


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